“When You’re Strange”: la polemica firmata The Doors
Ancora sulla cresta dell’onda, 40 anni dopo la mai chiarita morte di Jim Morrison. Infatti i Doors, uno dei capisaldi della musica occidentale, non hanno scelto la strada di una vecchiaia dorata, nel silenzio dei vincitori. Anzi, con il passare del tempo stanno offrendo sempre nuovo materiale per le riviste di ogni Paese, ansiose di raccontare le “troppo umane” vicende di questi artisti dall’aura mitologica. Dalle dichiarazioni di George Morrison, padre di Jim, convinto tuttora che il figlio non sapesse cantare, a quelle di Ray Manzarek, promotore (per gioco?) delle teorie alternative che vogliono il Re Lucertola nascosto alle Seychelles, ha preso piede una grande polemica. Dal 1991, anno di “The Doors” di Oliver Stone, è in corso un acceso dibattito tra il gruppo, i media e la stesso popolo di fan che diffonde l’iconografia della band americana. Le accuse al regista, com’è noto, sono state feroci, tanto da portare ad un nuovo progetto che raccontasse una storia dei quattro artisti “riveduta e corretta”, in cui i riferimenti a droga, alcol e depressione non apparissero come il nodo centrale della vicenda.

È Tom DiCillo a rilevare la pesante eredità dietro alla macchina da presa, forte del recente successo di “Delirious” con Steve Buscemi. Il piglio “indipendente”, che caratterizza lo stile del suo cinema, si mostra nella scelta di montare filmati d’epoca insieme alle normali riprese, anche se non è da escludere una possibile ingerenza doorsiana nel taglio narrativo da adottare. Più che un film, si tratta di un documentario aperto a più interpretazioni, incentrato sulla poesia, lo spirito mistico del movimento hippie e sul fermento sociale dell’epoca. Il contributo delle immagini storiche e dello stesso cortometraggio girato da Morrison ai tempi della scuola di cinema, si configura come un’operazione di storicizzazione musicale senza precedenti.

Cronaca o propaganda? Il dubbio è lecito, se pensiamo alle polemiche che da sempre hanno accompagnato i Doors quanto la generazione sessantottina. C’è da chiedersi quanto un concept “non-violento” come questo possa descrivere fedelmente l’anima tormentata di un gruppo quanto di un’intera generazione, vissuti tra impegno sociale, libertarismo, e amore libero, ma anche tanta, tantissima droga. Forse, però, dietro a questo progetto si nasconde qualcosa di più di un semplice tentativo di diffondere una candida biografia dei Doors. Non stupirebbe infatti una più estesa opera di canonizzazione, come fanno sospettare le parole di Morgan, leader dei Bluvertigo e voce narrante nel doppiaggio italiano, intervistato dai microfoni di Repubblica: “…lui curava le parole, era un poeta e andrebbe studiato come esempio di poesia di quell’America, assieme a Lou Reed. Ed è un modello educativo. Era gentile, candido. I poliziotti lo prelevano dal palco e lui non reagisce con violenza, porge loro il microfono come per un’intervista. Dipingerlo come un volgare e un violento è legger male questo essere umano raro, appassionato di poesia, buono, quasi cristologico, un martire. Io ho Rimbaud sulla maglietta. Anche lui lo adorava. Jim era un altissimo simbolista…”. Dopo la nascita e la caduta, pare di essere giunti al terzo atto di una storia costitutiva della contemporaneità: l’assoluzione dei peccati del movimento hippie.





























