Waiting For The Man: John Cale festeggia all’Hiroshima

Pubblicato il 2012/03/09 da Suoni Classici
John Cale

Esattamente settant’anni fa nasceva a Garnant, Galles, uno dei più geniali trasformisti musicali contemporanei, al secolo John Davies Cale.

Tra gli anni ‘50 e i primi ’60 il giovane provinciale che per tutta l’infanzia aveva parlato solo il gaelico iniziò a studiare il violoncello con ottimi risultati, ma non fu questo a cambiargli la vita. La svolta arrivò quando, concluso il percorso all’Accademia, decise di imbarcarsi in un viaggio fuori dalle rotte comuni e fece vela verso New York, neonato porto della controcultura americana d’avanguardia.

Dalla metà degli anni ’60 i bassifondi newyorkesi furono una fucina di novità in cui Cale ebbe la possibilità di incontrare, fra gli altri, John Cage (ricordate il compositore di 4’33’’?), Andy Warhol e un certo Lewis Allan Reed, forse meglio conosciuto con il suo nome d’arte, Lou. Insieme i due diedero vita ad uno dei più vivaci e controversi fenomeni artistici del periodo, un progetto a cavallo fra musica e arte visuale che chiamarono come una sinestesia, la Metropolitana di Velluto.

Grazie alla miscela esplosiva di innovazione creatasi con questa intesa e ai suggerimenti profetici di Warhol, che presentò loro un’atipica modella tedesca, nacque il capolavoro Velvet Underground & Nico, seguito da una nutrita serie di album che continuarono a spingersi verso una ricerca esasperata di un’identità completamente alternativa. La forza di Cale sta proprio in questo, in un movimento incessante che lo porta non solo a servirsi di strumenti diversi (violoncello ma anche viola, piano e basso e molti altri: fu lui a lasciare nello studio dove avrebbe registrato Mike Oldfield un set di “campane tubolari” diventate in seguito molto famose) ma soprattutto a porgere un orecchio attento alle vibrazioni di epoche diverse.

Lo dimostra una carriera solista, in vesti sia di produttore che di musicista, costellata non soltanto di successi ma soprattutto di visioni: è Cale a realizzare Bryter Layter di Nick Drake, un delicato attimo di lucentezza infarcito di brani come Northern Sky o Fly (in cui è lo stesso Cale a suonare), profondi e rappresentativi esempi di quella volontà di stupire che arricchisce (e forse talvolta offusca) l’arrangiamento scarno di Drake. È sempre il musicista gallese a produrre lo stupendo Horses di Patti Smith e l’album omonimo degli Stooges nonché una nutritissima serie di altri lavori, talvolta azzardati o forse semplicemente troppo “avanti” per essere apprezzati appieno.

L’artista festeggia il compleanno con un nuovo album che pubblicherà in primavera e un tour che lo porterà il prossimo 17 marzo ad esibirsi all’Hiroshima Mon Amour con la propria band. Cale, come molti della sua generazione, è inossidabile: un treno in folle corsa lanciato da sempre sui binari del suono e in grado di rinnovarsi di giorno in giorno. Sperando ardentemente che l’indomabile e burlone spirito del rock non spinga anche lui a tentare una collaborazione con i Metallica, a John e al suo genio sottile vanno oggi i migliori auguri. E un ringraziamento lungo come la sua discografia.


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Elena Quaglia

Redattrice. Lavora a RadioTrip.net (www.radiotrip.net) e RadioAttiva (radioattivarivoli.wordpress.com): nell'attesa di diventare una speaker professionista studia Scienze Forestali e scrive parecchio.