To Kill a King: camera indie con vista (lunga)

Pubblicato il 2012/04/02 da London Calling
to kill a king

Dalla nostra corrispondente a Londra

Le stringate descrizioni che accompagnano il loro nome nelle lineup dei numerosi festival a cui suoneranno quest’estate li piazzano a metà tra Mumford & Sons e The National: i To Kill a King si guadagnano da subito paragoni popolari. Il fatto che siano ampiamente palatabili però per una volta non significa compromessi di bassa lega – gli stessi di cui i Mumford & Sons sono accusati dai loro accaniti detrattori. E dei Mumford & Sons non hanno nemmeno una vena folk così spiccata. Mantengono però una simile stratificazione del suono e l’attitudine malinconica da maschio (pur sempre virile) ma con tanti tanti sentimenti. Non è lo stesso spleen senza compromessi dei National, e la voce del loro cantante Ralph Pelleymounter non si avvicina allo strascicato raucume di Matt Berninger: la sua è una voce chiara, senza troppi frizzi e sollazzi eppure incisiva perchè tocca le note emotive giuste senza ricorrere a manierismi forzati. Come la sua voce, la loro musica è diretta, un indie onesto, giovane ed insieme maturo. Lontani anni luce dall’aria imberbe che gente come i Kooks hanno associato alla categoria indie, i To Kill a King vanno più vicino ai Maccabees prima maniera – ma un po’ più addomesticati. L’EP My Crooked Saint – 0,99£ su iTunes, e vale la pena spendere questo misero pound per ben 4 canzoni – è uscito l’anno scorso, primo prodotto ufficiale di questa band di origine Londinese. Le atmosfere sono crepuscolari ma non spaventose, da tramonto caldo ed autunnale nei quartieri decentrati della metropoli. La nenia piena di rimorsi di Bloody Shirt si rialza in We Used to Protestun pezzo mezzo synth mezzo Neutral Milk Hotel con tanto di apertura strumentale possente per concludere. Family è un lento depresso ma potente, Wrecking Crew una conclusione muscolare inaspettata e più spiccatamente rock, dimenticatasi di ogni ascendente folk di sorta.

Testimonianza di questa loro flessibilità stilistica e esperta duttilità sono anche le cover che i cinque hanno sfornato su Youtube negli ultimi mesi. La strappalacrime Maps degli Yeah Yeah Yeahs viene rifatta in una versione ancora più minimalistica dell’originale, accompagnata solo da una chitarra acustica, un piano che trilla nel momenti più intensi e una voce che quasi si spezza. E quale scelta di marketing poteva dimostrarsi più azzeccata di cimentarsi con un rifacimento del pezzo pop più chiaccherato del momento, Video Games? La canzone sembra peraltro tutto sommato godere di una sana rinfrescata grazie alla perdita del tono annoiato della Del Rey, e risponde bene alla rinuncia del tono funereo in favore di delle chitarre un po’ più upbeat. Nel nome dell’autopromozione online, i To Kill a King si sono anche imbarcati in un’avventura a scadenza settimanale dal nome “Ralph’s Balcony”, che consiste nel raccattare musicisti con cui collaborare e suonare, perlappunto, sul balcone del cantante Ralph. L’appartamento certo gode di una vista niente male, ma il balcone è talmente piccolo che due musicisti e due chitarre ci stanno a fatica. L’aria che si respira al 15esimo piano di un gigantesco blocco di council flats che guarda sopra Londra però è quella di un’indie consapevole e ritrovato, e che è paradossalmente sia hipster che genuino.


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Chiara Rimella
Chiara Rimella

Editor of OUTsidersLDN & English student at Goldsmiths. I'm into alt rock, dream pop and mango chutney

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