The Offspring: al di là di ogni definizione | Market Sound

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di Redazione

Il Punk Rock Summer Nationals Tour – con protagonisti Offspring, Pennywise e Good Riddance – fa tappa a Milano. E riunisce migliaia di amanti del punk dei 90’s. 

di Filippo Santin  –  È un periodo particolare per il punk – e per la “guitar music”, in generale. Ultimamente possiamo vedere personaggi come Kim Kardashian e Chris Brown – che con certa musica non c’entrano nulla – indossare giacche realizzate dai più famosi stilisti, ma ricoperte di borchie e toppe di gruppi come Discharge o D.R.I. Possiamo inoltre avere spesso a che fare con l’opinione comune per cui generi come rap e EDM stanno prendendo il sopravvento sulla musica rock (dove rock sta per “genere che prevede l’uso primario di chitarre”). 

Al di là di accuse di appropriazioni culturali ed annunci funebri, rimangono comunque gli appassionati, che semplicemente provano amore per il genere e non si perdono troppo in dibattiti sociologici.

“Semplicemente” sembra così l’avverbio giusto per descrivere il live del trittico Offspring-Pennywise-Good Riddance, che ha avuto luogo lunedì 13 giugno al Market Sound di Milano. Le band, tra i maggiori esponenti di una scena punk californiana che soprattutto negli anni Novanta ha avuto il suo apice, si sono ritrovate davanti ad un pubblico ben numeroso.

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Aprono le danze i Good Riddance. Sotto al palco si raduna già un buon numero di persone, che fa sentire il suo supporto alla band della Fat Wreck Chords. Tra pezzi vecchi e nuovi, il live d’apertura scorre a dovere e con un ottima risposta dal pubblico.

Non è ancora calato il buio; sul mega schermo posizionato in fondo all’area concerto sta per iniziare la partita dell’Italia. Ciò nonostante, il pubblico si accalca ancor di più sotto al palco, visto che ora tocca ai Pennywise.

Lo storico frontman Jim Lindberg è il vero mattatore, che scherza con il pubblico, urlando qualche “Vaffanculo” in italiano, ma che allo stesso tempo fa sul serio quando c’è da cantare; e la cosa non dovrebbe stupire, dato che la band ha alle spalle un’onorata carriera quasi trentennale, e milioni di dischi venduti. I Pennywise vantano da sempre una schiera di fan per i quali sono culto, e che non possono essere rimasti delusi dalla loro performance, visto l’entusiasmo che trasmettono. Fin dai primi pezzi si diffonde il pogo. La band lascia esplodere una dopo l’altra canzoni storiche come “Fuck Authority” e “Bro Hymn”, alternandole a cover dei Beastie Boys o alla famosa rivisitazione di “Stand By Me” di Ben E. King, che fa impazzire i presenti.

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Quando finalmente si fa buio, sullo sfondo del palco viene srotolato l’enorme telone pieno di scheletri su cui campeggia la scritta “Offspring”. La band non si fa aspettare molto, ed inaugura il concerto con le note di “You’re Gonna Go Far, Kid”, agitando la folla.

Dexter Holland si presenta con indosso una giacca gessata e delle borchie; i capelli di Noodles – che per tutto il concerto interagirà scherzosamente con il pubblico – sono tinti a metà e sparati per aria. Ma gli Offspring non sono più dei ragazzini; ed è per questo, forse, che il concerto va avanti “ordinatamente”, senza particolari eccessi che un’estetica punk, a volte un po’ insensatamente, sembrerebbe richiedere.

Si prosegue subito con uno dei pezzi storici: “Want You Bad”; ed i fan scatenati intonano a gran voce ogni parola del testo. Lungo tutta la durata del live l’entusiasmo non mostrerà cali notevoli, anche perché gli Offspring vanno a pescare soprattutto nel repertorio dei loro dischi più amati, “Americana” e “Smash” – quest’ultimo, uscito nel 1994 per la Epitaph di Brett Gurewitz, detiene il record come disco più venduto pubblicato con un’etichetta indipendente.

Tra la folla molti indossano la maglietta di qualche gruppo: dai Bad Religion agli Slayer, dai Reagan Youth ai Franz Ferdinand o ai Muse. Questo dimostra che, forse, non è tanto questione di “punk”, o di “rock puro”.

Rischiando di suonare un po’ patetici, è piuttosto questione di “amore per la musica”. Dopo circa un’ora e mezza di live, in cui la band ha suonato praticamente tutti i pezzi più famosi del suo repertorio, è il momento di finire in bellezza: ossia con il pogo liberatorio sull’esplosione di “Americana”, al quale sono annesse mani al cielo che mostrano il terzo dito, e con le voci di molti che accompagnano quella di Dexter in “Self Esteem”, il cui testo malinconico è stato catartico per così tanti adolescenti degli anni Novanta – e non solo.

Si può dire quindi che la tappa milanese del “Punk Rock Summer Nationals Tour” sia stata un successo, animata da un pubblico numeroso per cui certi discorsi, legati all’ennesima “morte annunciata del rock”, valgono poco se quel che conta è divertirsi ed emozionarsi ancora con la musica, sia di ieri o di oggi, al di là delle distinzioni di genere. Semplicemente.

(15/06/2016)

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