The Monks, historia magistra vitae
Tre anni. Tanto è bastato ai Monks per entrare nella storia della musica. Tre anni ed un disco, per rispondere ai Beatles, ai nascenti Who, Byrds e compagnia bella. Loro, che nel 1964 indossavano un saio nero per salire sul palco, erano dei veri Outsiders. Cinque marines di stanza a Francoforte decidono, da un giorno all’altro, di riscrivere la storia dei suoni contemporanei. Perchè, se bisogna trovare la scintilla che scatenò l’inferno musicale di oggi, si deve partire da questo quintetto americano. Il 1964, tanto per dire, è l’anno che vide l’esordio di Rolling Stones, Kinks e l’uscita di “Walk the Line”, di Johnny Cash. Un’annata decisamente satura di eventi musicali per emergere, soprattutto con una chierica in testa e spaventando ogni produttore discografico di zona. Con gli anni, i Monks hanno subito gli innumerevoli elogi della critica, figurando oggi come uno dei gruppi più influenti di sempre.

In poco tempo, senza farsi aspettare, ecco l’attesa diatriba snob tra riviste musicali ed addetti ai lavori, per etichettare un gruppo lontanto da qualsiasi logica commerciale. Garage rock, beat, proto-punk, sembrano tutte definizioni vuote e superficiali. E’ bene invece parlare di una voce degna di Captain Beefhart, di un organo elettrico alla Deep Purple e di una verve animalesca da veri Rude Boys. Parlare di Beat è senza dubbio giusto, visti gli anni ed il contesto, ma non sembra difficile definire i Monk come la prima, vera espressione del punk. La chierica per anticipare la cresta ed il saio al posto delle borchie, per dare alla luce un album tanto puro quanto grottesco. “Black Monk Time” segna il tempo, l’inizio di un meraviglioso e sporco meccanismo d’ingranaggi.

Nel 1966 esce l’unico album di questo gruppo, che attinge le proprie radici nella disperazione e nella demenza. La perfetta risposta al “Beach Sound” delle spiagge californiane risiede in queste dodici tracce di puro delirio primordiale. Dal monito intimidatorio di “I Hate You” si passa all’alone spirituale di “Shut Up”, dove l’utilizzo dell’imperativo pare diventare quasi obbligatorio. Una serie di brani movimentati, capaci di scuotere i club più impestati della Germania anni 70′. Il banjo elettrico di Dave Day, defunto nel 2008, risuona per tutto l’album, mischiandosi al canto stridulo di Gary Burger, per regalarci quanto di più sporco si potesse fare circa cinquant’anni fa.

























