Slumberwood – Anguane
Davvero, che sorpresa. Celati dietro il can-can internettiano e indistinguibili, a prima vista, dalle centinaia di proposte made in MySpace, Anguane è come l’ago nel pagliaio. Meglio, come una perla barrettiana in un deserto senza ispirazione. Tutti indizi che portano alla vera sorpresa, segnata dalle note epiche di 7th Moon of Mars, il preludio alla frenesia distorta di Emerson Laura Palmer. Anguane, il secondo impegno sulla lunga distanza per il quintetto di Padova, segna una svolta importante per la psichedelia nostrana e non, secondo i punti che rendono memorabile un disco. Innanzitutto, la corposità del suono (vedi Everything is Smiling), così diversa dalle produzioni spesso “distratte” che affossano i progetti minori. Ma appunto, qui di minore c’è ben poco, come spiega il secondo punto raggiunto dagli Slumberwood, quello della padronanza di mezzi e idee. La strada da seguire c’è, e conferisce una forte impronta atmosferica e sperimentale, ben supportata dalle capacità strumentale della band padovana. Resta solo (per modo di dire), l’ultimo traguardo: Anguane pare già dopo i primi ascolti un modello da seguire, in un territorio irto di ostacoli come può essere l’avanguardia psichedelica. In più, se si vogliono trascendere i ragionamenti più freddi, la sensazione di fondo è che ci sia uno spirito convinto e affascinante dietro al progetto Slumberwood, qualcosa di cui le giovani band spesso sono poco fornite. Sembra di non essere più nell’Italia di X Factor e della musica per hobby, ma in una San Francisco delle nuove idee, a farsi una birra con un giovane Jerry Garcia. C’è da aggiungere qualcosa?
4/5














