I nostri dischi preferiti del 2016 (fino ad ora) 

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di Redazione

Questa non è una classifica ma più un brainstorming. Una selezione in libertà di dischi che abbiamo consumato in questi primi mesi dell’anno.

Come al solito, precisiamo che nel mare magnum di Lp, Ep, mixtape e singoli, questa non è che la nostra personale fotografia di quanto accaduto dalla nostra prospettiva, con la consapevole volontà di tralasciare alcune uscite sulle quali riteniamo ci si sia soffermati (o scannati) a sufficienza, nel ridente e autoreferenziale dibattito dell’internet.
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_di Lorenzo Giannetti 

Westside Gunn – “FLYGOD”

Titolo altisonante e mistico, copertina catchy e iconica: eppure, no, FLYGOD non è un album di Kanye West sotto mentite spoglie. E’ il disco d’esordio di un rapper non proprio di primo pelo, anzi. Nato a Buffalo, Westside Gunn si è fatto le ossa sulle strade di Atlanta, dove ha dovuto affrontare qualche problemino con la giustizia (AKA – per gli intransigenti della street credibility – si è fatto un soggiorno dietro le sbarre). Uno che, insomma, ha rischiato seriamente di sacrificare il suo talento in altre faccende affaccendato. Invece, nel 2013 arriva il mixtape Hitler Wears Hermes (già il titolo…) pubblicato via Daupe, l’etichetta britannica gestita da The Purist: le copie del vinile vanno via come il pane e la voce si sparge nel giro underground. Sono in molti ad essere colpiti dallo stile piuttosto atipico di questo rapper cresciuto on the road ascoltando Raekwon. Finalmente, dopo un paio di uscite carbonare, nel 2016 Gunn riesce ad incanalare la sua poetica in un full lenght; e lo fa in grande stile: FLYGOD esce direttamente per la label che nel frattempo ha fondato lui stesso (Griselda Records) e vanta una valanga di featuring sia al mic (da Action Bronson a Roc Marciano passando per Danny Brown) che in cabina di regia (buona parte delle basi sono di Daringer ma c’è spazio anche per Apollo Brown, The Alchemist). Gunn si candida a tormentare le nostre notti (insonni) estive. Tappeti sonori minimali e dark, per lunghe suite impregnate di funk e soul (talvolta con l’assenza di percussioni a coadiuvare il senso di vertigine nel prolungato flusso di coscienza) e un timbro vocale davvero difficile da inquadrare e catalogare – che rischia ragionevolmente di polarizzare un po’ le opinioni, ma non può lasciare indifferenti. Il risultato? Un sound molto street e a suo modo estremamente classy, qualcosa di affine e al contempo differente dalle cronache from the ghetto dell’inarrivabile Pusha T e dall’horrorcore virato arty della ciurma di Tyler The Creator. Sulle tracce di FLYGOD aleggia un’atmosfera cupa e fumosa, narcolettica e straniante: come una sigaretta infinita tra il sonno e la veglia, il sogno e l’incubo. Buona notte, bitches.

Alfio Antico – “Antico”
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“Non è un disco di musica popolare, ma l’esempio di qualcosa che non riusciamo più a immaginare” si legge tra le note del disco. E in effetti quello di Alfio Antico è un sorta di miracolo, qualcosa di destabilizzante e inaspettato. Nell’arco di una carriera votata alla ricerca del battito primigenio della Madre Terra, il tamburellista siracusano ha accumulato collaborazioni prestigiose – da De Andrè ad Arbore passando per Bennato – diventando un punto di riferimento per il folk(lore) in salsa mediterranea. Questa volta – complice l’apporto fondamentale in fase produzione di Mario Conte e di un inedito Colapesce – Antico approda a qualcosa di diverso rispetto a quella poliritmia animalesca e ancestrale che è il centro del suo universo musicale. Applicando un filtro elettronico a composizioni per lo più scarne ed essenziali giocate sulla dicotomia tra voce e pelli (altresì dotate di un pathos inquieto e al contempo beffardo), l’insospettabile eroe col tamburello aggiorna la tradizione sicula ai tempi di art-rock e drone music riuscendo ad avvicinare mondi lontani: Capossela e gli Animal Collective, Pet Sound e Crêuza de mä. Una musica colta e popolare, libera in tutte le direzioni, che forse arriva veramente “fino a dove il cielo e il mare si fondono, e il sole lascia posto alle stelle, mentre il vento, zitto zitto, soffiando fra le fronde, dà origine a inedite armonie”, come declama Antico in Di cu sugnu.

Potrete vedere dal vivo Alfio Antico lunedì 4 luglio @Isola Maggiore a Tuoro sul Trasimento (Perugia) e sabato 30 luglio @Ortigia Sound System Festival.

THE NECKS – “Vertigo” (uscito a novembre 2015) 

Le note evanescenti dei ricami al pianoforte, il suono corposo delle spazzole che accarezzano i piatti, l’avanguardia jazz e il minimalismo tedesco: un’unica traccia di 45 minuti nella quale perdersi – letteralmente – in compagnia di Chris Abrahams (piano), Tony Buck (batteria) e Lloyd Swanton (basso). Materiale da maneggiare con cautela, sia chiaro.
Per il resto le chiacchiere stanno a zero. Come descrivere una musica tanto visionaria, trascendente e inafferrabile? Cosa dire di una band che dà alla luce – proprio così, i The Necks non “compongono” o “pubblicano”: i The Necks danno alla luce – l’ennesima opera di tale drammaticità e magnetismo? Che cosa restituire, attraverso le parole, di questa esperienza straniante e stordente, ostica ma totalizzante, che è Vertigo? Problematiche Dantesche: per una musica Divina. Il viaggio al termine della notte di una formazione che non dà punti di riferimento ma è un punto di riferimento.

VEKTOR – “Terminal Redux”

Da quanto un disco genuinamente thrash metal non aggirava con tanta naturalezza i confini del genere e lo zoccolo duro della fanbase? No avantgarde-post-metal. No doom-noise-arty. THRASH fucking METAL. Ai tempi in cui la nuova lagna dei Lacuna Coil ammorba i poveracci che non possono permettersi la versione premium di Spotify, Terminal Redux arriva come un meteorite nelle playlist di metallari e non. Concept sci-fi, saliscendi prog, riff caricati al plutonio, nebulose strumentali: dopo due dischi già più che convincenti, i Vektor aggiornano (quel tanto che basta) la lezione di Voivoid e Megadeath, dimostrando ancora una volta di padroneggiare la materia e confermandosi al top tra le metal band contemporanee. Oltre che impressionare, però, riescono addirittura a stupire. Basti pensare al gospel del paranormale sul finale di “Charging The Void”, all’entropia magistralmente controllata di “Collapse” o al trittico semplicemente monumentale formato da “Ultimate Artificer” – “Pteropticon” – “Psychotropia”. La sinfonia dell’Apocalisse dagli altoparlanti di un panzer intergalattico.

_di Enrico Viarengo

Jayhawks – “Paging Mr. Proust”

Chi si ricorda “Waiting for the Sun”, quella gemma pop che apriva il terzo e forse più importante album della band alt-country americana? Beh, i Jayhawks sono tornati. Hanno l’età dei miei genitori, ma questo Paging Mr. Proust suona più fresco di tanti altri loro lavori: un disco che potrebbe tranquillamente essere spacciato per un Best of, anche perché i singoli non mancano di certo – “Quite Corners & Empty Spaces” potrebbe essere presa in esame come esempio di canzone perfetta. Allo stesso tempo la band non guarda solo al passato – vedi gli spunti psych-noise di “Ace”: la produzione di un certo Peter Buck avrà fatto del bene. E poi che bello riascoltare i cori di Mike Mills in “Leaving the Monsters Behind”.

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Car Seat Headrest – “Teens of Denial”

Storia pazzesca: Will Toledo ha 23 anni; negli ultimi 5 anni della sua vita ha scritto 13 album. La Matador annusa il talento del giovane americano e pubblica Teens of Denial, ultimo lavoro dei suoi Car Seat Headrest. Immaginate gli Strokes più versatili e con scazzo decisamente più sarcastico, i Beach Boys filtrati dalla bassa fedeltà di Pavement e dalle chitarre di Pixies e Built To Spill, Un Beck che rilegge i Neutral Milk Hotel in chiave punk, fregandosene del minutaggio pop.
Un disco davvero incredibile, non inferiore comunque all’intera discografia del prolifico paladino del “name your price” su Bandcamp. Se avete un mese di tempo ascoltate tutto quello che trovate, non ve ne pentirete. Se avete pochi minuti (12, in realtà), provate con The Ballad of the Costa Concordia, digitate anche “lyrics” su google e godetevi un capolavoro di scrittura.

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_di Luca Morazzini
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Skepta – “Konnichiwa”
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Konnichiwa è il disco che sintetizza la scena Grime degli ultimi due anni e la riproietta sul percorso interrotto una decina di anni fa. Contiene tutti i singoli che Skepta ha fatto uscire tra il 2014 e il 2015 ovvero “That’s not me” e “Shoutdown”, ci sono Novelist e Wiley, c’è il dissing non troppo velato con il passato (Dizzee) e poi soprattutto c’è la fedeltà. Insomma tutte cose che Skepta da circa un anno a questa parte continua a ripetere in tutte le interviste che gli hanno fatto, adesso le ha messe finalmente su disco e il risultato è stato potente. Così potente da fa calare persino Pharrell nella crasi della Mandem.


 
Anderson .Paak – “Malibu”
 
Anderson Paak ha esordito nel 2014 con “Venice” ed in più ha collaborato con Dr Dre in “Compton” l’anno scorso. Il 15 gennaio ha fatto uscire probabilmente il disco più bello dell’anno fino a questo momento “Malibu” che è un concentrato della migliore black music degli ultimi anni, c’è un po’ di Kendrick c’è un po’ di Frank Ocean e Outkast. Oltretutto c’è Madlib alla produzione e questo penso possa bastare, quindi sarà uno dei dischi che a fine anno troveremo su tutte le listone.

 
Death Grips – “Bottomless Pit”
 
Se c’era un disco che quest’anno non aspettavo, o per lo meno sulla quale non avevo grosse aspettative, era nuovo dei Death Grips. Ero in quella fase della estrema riconoscenza e poco più anche perché negli ultimi due anni si erano impegnati parecchio a scavare una fossa senza un scopo ben preciso. Poi è uscito questo disco come se avessero riattaccato la spina, come se si fossero accorti di non essere ancora fatti del tutto di Terabyte. Bottomless Pit non solo è il loro miglior disco da The Money Store a questa parte ma è soprattutto il segno che la band ha ancora molto da dire, credo che Anthony Fantano abbia apprezzato.

 
Anohni – “Hopelessness”
La voce di ANOHNI non la scopriamo certamente adesso, ma siccome la notizia dell’uscita di Hopelessness è di circa un anno e mezzo fa, e tra i collaboratori c’erano anche Daniel Lopatin e Hudson Mohawke, la cosa man mano che si avvicinava destava parecchio interesse. Per “la voce di ANOHNI non la scopriamo certamente adesso” intendo che si caratterizza per essere una cosa abbastanza atomizzante soprattutto nell’economia di un disco della durata media di 40 minuti, quindi come in molti dei suoi lavori con Antony and the Johnsons poteva dopo un po’ di ascolti iniziare a diventare il classico “cesto natalizio”. Invece Lopatin e Mohawke creano un abito sintetico perfetto che è complementare ad ANOHNI e che non si specchia su se stesso stile James Blake. Sarà che il concetto dell’unione di cose così distanti mi affascina ma Hopelessness è un disco che potrebbe essere suonato nei musei.

In Italia, ANOHNI suonerà in data unica nazionale martedì 12 luglio al Flowers Festival di Collegno.

King Gizzard & The Lizard Wizard – “Nagon Infinity”
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Nagon Infinity è la cosa migliore uscita nel 2016 fino a questo momento. E’ vero il dogma rock/sovranità è una roba superata e proprio per questo ogni tanto ti viene da pensare che oggi non esiste più, oggi abbiamo l’alt rock e il paradigma si è ribaltato. Ma la cosa che questo disco può ricordarci è che quando i Black Sabbath incontrano i Wavves oppure i Deep Purple fanno comunella coi Cloud Nothing noi tutti dobbiamo esserne felici.

_di Luca Cescon 
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Grieved – Self-titiled

Album da incorniciare per il quintetto di Stoccolma, che torna a colpire durissimo con un full lenght tutto rabbia e atmosfera. Dieci tracce che riportano alto il nome di una delle band capofila di quel “blackened hardcore” mai esploso a livello mainstream ma sempre rimasto in quel sottobosco di rabbia e sonorità da jeans skinny e giubbotto di pelle. “Opaque”, “Drain” e “Turn Cold” le tracce che più lasciano il segno.

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Giants – “Break the Cycle” 

Stranamente mai usciti a livelli medio-alti, i Giants entrano nell’orbita della Holy Roar Records e ribaltano la situazione, sputando fuori 13 canzoni di primissima qualità. Se si potesse coniare un termine, si potrebbero definire i Giants come “punkore”: cori in pulito alla Bad Religion, attitudine più vicina al punk rock che all’hardcore moderno, ma voce principale sporca e qualche parte in 2step ricollegabili agli ultimi 5 anni di questo genere. I singoli “Against the Grain” e “I’ve Been Low”, oltre ad “Another Day, Another Year” rendono “Break the Cycle” un album con i fiocchi.

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Swamps – “Mentally Imprisoned”  

Tra la moltitudine di band hardcore statunitensi con una certa passione per il metal di provincia becero e cafone, prevalgono senza dubbio gli Swamps. Con all’attivo ormai diversi lavori (“Corroding Kings” uscì nel 2011), i cinque di Springfield buttano in pista 12 brani di puro menefreghismo, nei quali i tempi hardcore-punk classici sono ridotti a zero, a vantaggio di un groove più adatto a una rissa tra motociclisti che a un pit da poser. Impatto live da Gatling montata sulla macchina, in cui si fanno spazio “Blood Loss”, “War/Peace” e “Sea of Snakes”. Ascolto imprescindibile per chi non ha paura di sporcarsi a un concerto.

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Vow  – “Kind Eyes” 

Side project di Nick Steinhart e Elliot Babin, rispettivamente chitarrista e batterista dei Touché Amoré, uniti alla fantastica voce di Julia Blake. Basterebbe questo per presentare uno degli album indie più coinvolgenti degli ultimi anni, ma bisogna aggiungere anche un dettaglio non da poco: non vi è nessuna banalità in questo lavoro, che passa con disinvoltura dalla dark wave al synth pop, fino a delle parti di elettronica che se avessero la voce maschile potrebbero essere riconducibili ai Deftones. 10 tracce da godersi con qualunque condizione atmosferica, a qualunque ora del giorno, con qualunque umore, in città come in un prato di campagna.

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_di Edoardo D’Amato

Esperanza Spalding – “Emily’s D + Evolution”

Basta dare uno sguardo alla copertina dell’album per capire quanto Esperanza abbia sentito l’irrefrenabile esigenza di fare un salto: via la sua “zazzera” afro per far spazio ai dread e a occhialoni xl. Restava da capire se il suo fosse un salto nel vuoto. Risposta: Esperanza sapeva quello che stava facendo. Innanzitutto bisogna riconoscere che il suo ultimo disco è un atto di coraggio: non era facile recedere per un momento l’indissolubile legame con il mondo del jazz tradizionale mischiato con il soul e l’r&b di una Nina Simone, e sfornare quindi un lavoro totalmente nuovo per la sua comunque già onestissima discografia. Certo, il jazz e la black ci sono ancora, ma più come un richiamo quasi dovuto:  è presente l’Esperanza che vinse a sorpresa il grammy nel 2011, ma insieme a quella ci sono anche il funk dei Parliament, l’amore (mai nascosto) per Erykah Badu e soprattutto uno sguardo al mondo “hipster” pitchforkiano sia nel nuovo look che proprio nell’approccio compositivo. Il tutto unito da una emergenza comunicativa, che a onor del vero in certi momenti diventa quasi foga. Emily’s D, un disco rock. E ci fa muovere dannatamente bene.

Esperanza suonerà in Italia Martedì 12 luglio @Villa Manin di Codroipo, mercoledì 13 @Lucca Summer Festival e giovedì 14 @Piazza Duomo di Tortona.

The Last Shadow Puppets – “Everything you’ve come to expect”

E’ bellissimo avere un debole per Alex Turner. Non ne puoi uscire, e in fin dei conti non vuoi, perché l’icona di Sheffield non sbaglia mai niente. Uno stile pazzesco, una penna sempre originale e un sound ormai pienamente riconoscibile: tutto quello che tocca Turner, diventa oro. Anche il secondo episodio dei Last Shadow Puppets, progetto che ormai definire “collaterale” rispetto agli Arctic Monkeys risulta un tantino limitativo, non è da meno. Passati otto anni dall’esordio “The age of understatement” , Turner e il socio Miles Kane hanno fatto parecchia strada: da sbarbatelli poco più che ventenni, sono diventati due navigati chansonniers pieni di classe. Basta ascoltare già l’apertura di “Aviation” per capire le direzioni di questo secondo disco, che poi si rivelano a fondo nella title track, dal gusto piacevolmente beatlesiano. Attesa alle stelle per la resa live di questo sophomore.

I Last Shadow Puppets suoneranno martedì 5 luglio @Ferrara Sotto Le Stelle e mercoledì 6 @Alcatraz di Milano.

Francesco Motta – “La fine dei vent’anni”

Rivelazione assoluta. Ci si chiede ancora se questo sia effettivamente il disco d’esordio di Francesco Motta. Risposta: si. Certamente le esperienze pregresse con i Criminal Jokers (come co-fondatore) e quelle sui palchi insieme a Zen Circus, Pan del Diavolo e Giovanni Truppi hanno aiutato molto, ma “La fine dei vent’anni” è un inizio inaspettato quanto bellissimo. Sotto la supervisione del sempre ottimo Riccardo Sinigallia, Motta realizza un lavoro impeccabile, sia dal punto di vista dei testi (ok, i vent’anni sono finiti, ora cerchiamo di capire come proseguire senza troppi piagnistei) che da quello prettamente musicale: c’è il rock nel “Del tempo che passa la felicità”, il folk ne “La fine dei vent’anni” e perfino echi etno e tribali in “Prenditi quello che vuoi”. Ma soprattutto, questo è un esordio punk, nel senso che i racconti di Motta su ciò che circonda il tessuto urbano sono diretti, senza filtri. Riesci davvero a cogliere le urgenze comunicative di chi canta. Una graditissima sorpresa dal mondo indie italiano.

DIIV – “Is the is are”

Non era facile confermarsi a grandi livelli per il gruppo di Brooklyn dopo la perla “Oshin”. Invece Zachary Cole Smith riparte dai punti fermi dell’esordio per lavorare su di un disco che nel prodotto finale conta ben 17 tracce e dura più di un’ora: una sorta di unicum rispetto a quanto accade solitamente nel mondo indie internazionale. L’impostazione e l’approccio sono sempre gli stessi: la Captured Tracks, il cantato al limite del labiale, lo shoegaze, il kraut e i riverberi delle chitarre di Smith. C’è anche spazio per un’incursione di Sky Ferreira, crooner femme fatale, nel brano “Blue Boredom (Sky’s Song)”. Tirando le somme: un disco che scivola giù come un long island, senza niente di nuovo ma con una formula che funziona sempre. Se poi a proporla sono i DIIV, scende che è un piacere.

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Menzioni speciali della redazione per l’anarchia in 8-bit di P o P _ X, il Salmo Re Mida di Hellvisback, l’onda lunga del disco di Pusha T, le in-un-certo-senso-coraggiose svolte arty di Beyonce e Rihanna, i ritorni in grande stile di James Blake e i Suuns, il sing along generazionale di I Cani / Calcutta e il cantautorato-avant di Barachetti/Ruggeri. Le hit spudoratamente da classifica di SIA e Twenty One Pilots. E quel monolite di stile e sostanza che è Blackstar, opera totale e testamento spirituale di David Bowie.
(08/06/2016)

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