L’omaggio di John Carpenter al Re del Rock: Elvis
“Non sarei mai riuscito a farmi una ragazza se non ci fosse stato Elvis, ne sono certo.” Queste le sante parole dell’acclamato regista John Carpenter, quando nel ’79 annunciava l’uscita della sua personale biografia sulla leggenda di Elvis Presley, ben reso da un giovane Kurt Russel semi-esordiente (e futuro braccio destro in molti film di Carpenter).
Dopo appena due anni dalla morte del mito, il Re dell’horror incontra dunque il Re del rock: il film Elvis celebra la memoria di un fenomeno popolare senza precedenti, un personaggio che ha cambiato la musica nel mondo smontando la figura statica e “politically correct” dell’artista con un nuovo stile unico, audace e spontaneo.
Elvis aprì gloriosamente il capitolo del rock ‘n’ roll, spianò la strada ad artisti come i Beatles e i Rolling Stones e divenne inconsapevolmente l’icona estetico-culturale di due intere decadi, dando il via ad una generazione di brillantina, pantaloni aderenti e cadillac sgargianti.
Il giovane cantante (cresciuto vicino al ghetto nero di Memphis, in Tennessee) non faceva distinzioni di razza, in un’America ancora profondamente razzista dove le stazioni radio rimanevano nettamente divise tra chi trasmetteva solo musica bianca e chi solo nera.
Elvis fu a tutti gli effetti il primo “bianco a cantare con l’anima di un nero”, e ciò significò tantissimo dal punto di vista sociale: all’inizio della sua carriera miscelò un country movimentato tendente al rockabilly ma dal sapore un po’ blues, che dava un tocco assolutamente unico al suo stile. Era una musica che non si era mai sentita, così nuova che la gente chiamava in radio per sapere “chi fosse quel nero che cantava country, o chi fosse quel bianco che cantava blues”. Tutti amavano Elvis, e nonostante le vaghe accuse di volgarità dei perbenisti puritani (era chiamato “Elvis the pelvis” a causa del suo tipico movimento di bacino!) la sua ondata era troppo forte per essere contrastata.

Il film ripercorre minuziosamente, perseguendo il più scrupoloso dei didascalismi, la storia del cantante fin dalla sua infanzia, ed è interessante notare come Carpenter abbia preferito dare voce alla persona di Elvis, più che al personaggio: un uomo buono e sentimentale, venuto fuori dal nulla e morbosamente attaccato alla famiglia, in particolare alla madre e al ricordo del gemello Jesse, morto alla nascita e con cui manterrà tutta la vita un rapporto onirico, al limite della psicopatologia. Il giovanissimo Elvis era infatti un emarginato, escluso dai compagni di scuola e incompreso nel suo personalissimo stile così diverso, che in pochi anni tutti gli avrebbero però imitato. Trascorreva le giornate da solo a strimpellare la chitarra regalatagli faticosamente dai genitori, fino a quando giunge l’occasione: il produttore discografico Sam Phillips scopre il suo talento e pubblica il primo singolo, dedicato alla madre per consolarla dai gravi problemi finanziari.
That’s All Right (Mama), e poi Blue Moon Kentucky, Good Rockin’ Tonight e ovviamente Tutti Frutti, entrarono in fretta nella storia del rock e accesero i riflettori sul suo re.

Carpenter dà più spazio ai making of piuttosto che alle centinaia di live che Elvis tenne negli anni, sempre rigorosamente negli Stati Uniti o al massimo in Canada, a conferma del fatto che la Elvis-mania anni ’50 e ’60 fu un fenomeno genuinamente americano, non tanto europeo. Ciò nonostante, migliaia di rappresentanti del vecchio mondo partivano in trasferta per andare a vederlo: gli spettacoli più famosi furono quelli all’International Hotel di Las Vegas, dove si esibì con alcuni pezzi che fecero storia, come la melodica Suspicious Minds, uno dei singoli più venduti.

Il film si ferma al principio degli anni ’70, quando iniziò il declino di Elvis.
La morte della madre, il divorzio e il peso di un successo planetario per lui insopportabile, lo gettarono in un vortice paranoico e depressivo senza uscita, che sfociò in abuso di psicofarmaci e in una gravissima obesità che lo portò all’infarto fatale nella sua camera d’albergo. Ma Carpenter preferisce risparmiarci la sua penosissima fine, chiudendo il film con un live a Los Angeles dove il Re ancora era al massimo splendore.
Nonostante l’anomalia come genere di film nella carriera di Carpenter (dedicatosi interamente all’horror e dintorni), la tendenza all’iperrealismo e alle atmosfere cupe e patinate non manca, anzi, si fa generosa compagna persino di un’opera didascalica come questa: del resto chi si sognerebbe di violare la mitologia del Re?

















