La cavalleresca avventura di Carlo Martello, tra prostitute e bramosie d’amor
Solitamente a ricevere gli onori delle cronache sono le grandi poesie, le opere che con lessico impeccabile esaltano grandi temi e toccano le corde più profonde della nostra sensibilità artistica, tuttavia esiste un altro filone che, a dispetto della sua fama spesso ingloriosa, possiede egualmente un intenso valore poetico e denota la finezza di spirito e la grande abilità del compositore, il genere scanzonato, volgare e parodistico.
Tra i capolavori di De Andrè siamo abituati, a buonissima ragione, a sentire elencati pezzi come Bocca di rosa, Geordie, La canzone di Marinella, grosso modo tutto l’album Non al denaro, non all’amore, nè al cielo, il Cantico dei drogati, più mille altre canzoni e dischi che hanno reso celebre il cantautore genovese in Italia; oggi allora vogliamo dare spazio a una canzone meno altolocata, anche se, tutto sommato, non meno conosciuta.
Scritta dal caro amico Paolo Villaggio, non ancora diventato famoso grazie ai suoi “Fantozzi”, Carlo Martello torna dalla battaglia di Poitiers, è un piccolo capolavoro comico-erudito.
La cornice è il ritorno di Carlo dalla guerra contro i mori, lunga e sfiancante, anche se vittoriosa. Grazie a Carlo Martello (presentato da Villaggio come un re, pur non essendolo tecncamente), l’Islam ha dovuto frenare la sua avanzata, altrimenti destinata a giungere fino in Europa.
Il testo racconta proprio di Carlo che, tornato dalla guerra, sente forti le pulsioni sessuali, forzatamente represse durante i tempi di battaglia e rientra in patria col tormento di aver perso la chiave per la cintura di castità della moglie! Su questi toni scherzosi e goliardici la vicenda continua, fino all’apparizione di una celestiale fanciulla, modellata sui canoni della “pastorella” trobadorica, che incanta il re e accende un desiderio irrefrenabile; un rapido tira e molla e la pastorella (come già appunto nelle liriche trobadoriche) si concede al proprio sovrano dopo averne appurato l’identità ed egli placa finalmente le a lungo insoddisfatte voglie.
Qui il colpo di scena: quando tutto sembra ormai volgere al termine e Carlo fa per andarsene vittorioso, col sole alle spalle, come ogni vero eroe, la pulzella lo blocca ed esige il giusto compenso per il proprio servigio. Sventura e ruina, la meravigliosa creatura è una prostituta e, soprattutto, esige di essere pagata, così l’unica salvezza per Carlo è una poco onorevole fuga.
Questa simpatica storiella, apparentemente di poco valore, merita invece di vedersi riconosciuta la massima dignità, non solo per la pregevole fattura e la fine ironia che ne traspare (con palesi ed evidenti critiche ai benpensanti e alla guerra), ma anche per le citazioni e i modelli colti cui si rifà, che non hanno nulla da invidiare alle citazioni di opere famose e osannate, di cui queste sono, solamente, sorelle minori, spesso adombrate dal fulgore delle prime.
Grazie alle citazioni alle liriche trobadoriche e alla tradizione goliardica (a questo proposito si notino le somiglianze col Fanfulla), il testo di Villaggio entra in quel novero di opere comiche che hanno il pregio di far ridere in maniera intelligente, suggerendo riferimenti che possano essere colti a più livelli e acquisendo così un valore aggiunto prezioso e particolare.
La musica suggerisce una chiara ambientazione medievale, con trombe che accompagnano la (poco) cavalleresca avventura di Carlo e proprio Paolo Villaggio racconta di come De Andrè avesse già in mente questa melodia dagli echi arcaici e di come lui decise di scrivere un testo di ambientazione medievale; testo che tirò giù in una settimana, ispirato, lui grande appassionato di Storia, dall’accattivante prospettiva del parodizzare un avvenimento tanto importante per la storia europea.
Tra ironia e citazioni, questa piccola epopea merita certamente un briciolo di spazio, così da poter brillare per qualche minuto al fianco delle più blasonate e osannate poesie del grande Faber, senza, a nostro parere, doversi sentire fuori posto.














