Kottarashky, tra design ed etnotronica
Prima di essere un musicista, Nikola Gruev è un architetto. Bulgaro, originario di Sofia, come ogni amante del design predilige la via minimalista. Un concetto ben riflesso nella sua vita lavorativa, nei suoi locali, nei suoi progetti e nella sua musica. Conosciuto nei club dell’Est Europa con il nome di Kottarashky, ha deciso di percorre le strade già battute dai grandi pionieri del BalkanBeats, come Dj Shantel e l’ucraino Omfo. Affrontando delicatamente le sonorità balcaniche tradizionali, caratterizzate da tristi violini e virtuosi clarinetti, Kottarashky viaggia nel tempo e nello spazio, dalle campagne comuniste della Jugoslavia ai centri urbani figli della quotidiana globalizzazione.

Voci e lamenti tzigani, alternati con trombe e linee di basso dub delineano un concetto folk-psichedelico, capace di fondersi con l’elettronica e la musica etnica. Ci sono le spinte turco mediorientali a sud-est della Bulgaria e ci sono quelle marcatamente rumene in stile Fanfare Ciocarlia. Ispirandosi ai grandi maestri del clarinetto come Ivan Papasov e Boril Iliev, quest’architetto di Sofia si rivela un innovativo musicista digitale con le mani affondate nel passato. Nel 2009, ecco la sua unica produzione discografica, inevitabilmente prodotta dalla teutonica Asphalt Tango, da sempre punto di riferimento per la musica balcanica di oggi. Opa Hey è un disco completo, capace di navigare dai tamburi nordafricani di Mandra agli orizzonti dub-klezmer di Myanmar. Creato sulla base di esperienze personali, tra le periferie bulgare ed alcune scampagnate sui Carpazi, Opa Hey è un grido frenetico in salsa tango (vedi Gotan Project), prepotentemente incentrato sul futuro del nostro Mar Mediterraneo, offuscato dal clarinetto mistico di I want to sleep. Suoni tagliati, registrati al contrario, loops fuori dal tempo sono le basi su cui poggiano canoniche tradizioni.

Poi, archiviato l’esordio discografico, arriva il bello. Gruev, invece di rituffarsi nei suoi appartamenti per una nuova registrazione, decide di abbandonare la timidezza del mixer e si tuffa nella Kottarashky Live Band. Basso, clarinetto e batteria, uniti dalla forza della tecnologia, si lanciano in esperimenti jazz-fusion dalle tinte balcaniche, per conquistare il pubblico dall’alto di un palco. Un progetto riuscito, acclamato da buona parte del vecchio continente, che ha saputo apprezzare il lavoro delicato di un giovane architetto, innovativo, ma rispettoso delle antiche tradizioni.





















