Khago, perfetto connubio tra modernità e tradizione
La musica giamaicana degli ultimi anni deve affrontare un problema serio: trovare una generazione di artisti che potesse prendere il testimone dei mostri sacri del decennio precedente, continuando a percorrere la stessa via. Purtroppo, però, non è facile trovare cantanti che sappiano incarnare la tradizione musicale dell’isola e allo stesso tempo siano sempre ben attenti all’evoluzione dei suoni sulla scena mondiale. Uno dei pochi deejay che pare esserci riuscito è il giovanissimo Khago. Nato Ricardo Quayle a Kingston, riceve fin dalla tenera età il soprannome Chicago, poi storpiato in Cago o Khago. Ottiene i primi riconoscimenti nel 2009, grazie alla hit Caan cool, dal sapore tipicamente roots e che molti ritengono il picco più alto della carriera dell’artista. Il testo profondo e impegnato (una descrizione sulle sofferenze della Giamaica e, più in generale, del mondo) porta Khago sotto i riflettori della notorietà, posizione che non verrà più lasciata.

Il 2010 e il 2011 sono due anni fondamentali per la carriera di Khago. In questo periodo, infatti, la fama continua a crescere, tanto che diventa uno degli artisti più ricercati per esibizioni live e manifestazioni musicali, come lo Sting 2010 (l’edizione più fallimentare della storia, a onor di cronaca). I concerti di Khago segnano sempre il tutto esaurito, grazie alla carica che l’artista riesce a trasmettere, terminando di cantare sempre stremato. Nel 2010, inoltre, la soddisfazione più grande: la conquista della classifica di settore, grazie al tormentone Nah sell out, che sbanca nei Caraibi e arriva prima anche nella chart di MTV Africa.

Con la fama, arrivano, inevitabilmente, le faide. Questa è una pratica diffusca in Giamaica (è difficile trovare un artista che non abbia mai avuto da ridire su un suo collega) e Khago non è un’eccezione. Per tutto il 2011 è impazzata l’antipatia tra Khago e I-Octane, altro talento emergente della Giamaica. Dopo un costante tira e molla che li vedeva prima amici storici poi acerrimi nemici, è arrivato Capleton a sedare gli animi, fino alla pace decretata pochi mesi fa. Di questa lunga litigata rimane solo Blood a boil, canzone in puro stile dancehall e grande lavoro di Khago.

Khago, la cui pronuncia del nome nella nostra lingua può prestarsi a facili ironie, si è dimostrato, in questi anni, un artista eclettico e completo. Capace di svariare dal reggae più classico (Jah Seh), alla dancehall più spinta (Cut dem off), ha dimostrato di essere un valido liricista, abile nel trasmettere messaggi più profondi e densi di significato (la dedica all’amico assassinato Gone too soon o le autodescrittive Take me as I am e Not a man of many words). Khago ha tutte le carte in regole per diventare, a tutti gli effetti, uno dei pilastri di questa musica, come dimostra Tun up di thing, canzone che ha spopolato tutta l’estate e che non ha ancora esaurita la propria potenza mediatica. I suoi dread sono arrivati per restare, questo è certo.










