Jethro Tull, sulla strada dei cavalli pesanti
Nel 1701 l’agronomo inglese Jethro Tull inventò la seminatrice meccanica a trazione animale, capace di aumentare dell’800% le rese dei terreni coltivati: era ancora convinto che niente al mondo avrebbe mai potuto sostituire il lavoro dei fidati cavalli da tiro nei ridenti campi britannici.
Nel 1977 l’omonima band dello scozzese Ian Anderson si reinventò, dopo i fasti progressive di suite come Thick As A Brick e A Passion Play, aprendo una trilogia che verteva su argomenti rurali e legati alla vita in campagna con l’album capolavoro Songs From The Wood, che affonda le radici nella musica folk e nella cultura celtica.
Un disco intenso, curato e ottimista che inaugura l’epopea della “country life” nel migliore dei modi, dipingendo scene idilliache in un’autentica Arcadia d’oltremanica, dove la gioia di partecipare del miracolo della vita esplode in brani quali Velvet Green, un inno all’amore spirituale e fisico consumato nella natura, celebre per l’intro in simil-clavicembalo di un David Palmer tutto da scoprire. Nella stessa Song From The Wood, il coro iniziale ci trasporta in un mondo altro, popolato da strane creature come Jack-In-The-Green, una figura mitologica che portava ai Celti la rinascita dopo il difficile inverno: in questa traccia, la brutta stagione da superare è rappresentata dall’epoca moderna, che ha perso il contatto con l’autenticità materiale, ma la speranza è viva, come l’erba che cresce attraverso il marciapiede (“I saw some grass growing through the pavement today”).

Il secondo cardine della saga è Heavy Horses, album che segna la rottura del rapporto con la terra. Suffolk, Clydesdale, Percheron e Shire, le più diffuse razze di cavalli da tiro, con la loro forza gentile e la loro nobile grazia, erano i guardiani dell’armonia infrantasi nell’era moderna con la comparsa delle macchine agricole: “There’s no work to do, the tractor is on its way” canta con malinconia Anderson nella title track, un brano lungo e complesso diventato uno dei più famosi della band grazie al potente ritornello e agli efficaci riff chitarristici del grande Martin Barre. L’avanzare del progresso come cacciata dall’Eden è un richiamo costante: in Acres Wild è lo scenario industriale dell’incontro amoroso, in Journeyman è la concitata vita quotidiana di un uomo d’affari, in No Lullaby è una minaccia sottile. Trapela da ogni parola la paura di non poter tornare indietro, di aver perso per sempre la semplice purezza da “buon selvaggio” che tiene il genere umano in contatto con il mondo reale.
Stormwatch non è uno dei lavori più famosi della band: chiude la trilogia folk con una serie di brani decisamente cupi e pessimistici: basta leggere qualche titolo per accorgersi di quanto le tracce tradiscano la totale rassegnazione ad una perdita irreversibile dell’armonia con la natura. North Sea Oil, una denuncia alle speculazioni petrolifere che danneggiano l’ambiente, e ancora The Flying Dutchman, Old Ghosts.
Il brano più significativo, però, è una cavalcata elettrica di quasi dieci minuti che ha come titolo Dark Ages, un riferimento ai tempi bui del medioevo, che pure oggi sappiamo non essere stati così oscuri: forse un ultimo messaggio di speranza, che l’epoca cruda che sta massacrando questa nostra terra sia solo il preludio ad un nuovo Rinascimento.












