[INTERVISTA] Live Arts Cultures: un laboratorio del suono

Davide Tidoni

di Mattia Nesto

Live Arts Cultures è una sorta di unicum in Italia. Nata a Venezia due anni fa, sin  da subito l’associazione si è prefissato l’obiettivo di sperimentare con l’elettronica e far conoscere i mille volti del suono ad un pubblico il più ampio possibile. Per farlo hanno riunito una crew di artisti che ruotano attorno a due soggetti: C32perfomingartworkspace ed Electronicgirls.

Abbiamo raggiunto una delle organizzatrici, Johann Merrich, per farci raccontare meglio questo “miracolo della laguna”.

Come è nata la vostra associazione?

“Raccontare la nascita della nostra associazione è come mettersi in cammino per un lungo viaggio, quindi, mettetevi comodi. Tutto inizia con Aldo Aliprandi che s’insedia a Forte Marghera, luogo semi-abbandonato che aveva ospitato fino al 1996 l’esercito italiano, tra 2006 e 2007. Con l’associazione Krisis, Aldo inizia la riqualificazione del capannone dove siamo attualmente. Al termine dell’avventura di quel primo gruppo, arriva Marianna Andrigo (performer e danzatrice) che assieme ad Aldo crea C32perfomingartworkspace, per l’appunto quello che oggi dà “nome” alla nostra sede, allo spazio fisico per com’è strutturato.
L’attività di C32 si rivolgeva alla danza contemporanea e alle arti performative, sempre in un’ottica dedicata alla sperimentazione: una realtà che ha iniziato con la progettazione di piccoli eventi, allargandosi a collaborazioni sempre più importanti. Tra le attività di produzione e di ricerca proposte, C32 organizza tra 2011 e 2012 anche delle jam aperte al pubblico in cui la danza era unita alla musica realizzata dal vivo da artisti via via diversi. Proprio nell’ambito di una di quelle serate, Marianna entra in contatto con Electronicgirls, netlabel dedicata alla musica elettronica ormai attiva da alcuni anni. In quell’estate del 2012 abbiamo iniziato a collaborare insieme grazie anche a “21”, progetto per orchestra elettronica di 8 elementi concentrato sulla resa dei numeri di Fibonacci e coadiuvato dall’azione di sei danzatrici guidate da Marianna. Da allora non ci siamo più lasciati. L’associazione culturale Live Arts Cultures nasce solo nel 2013, non tanto per formalizzare i nostri intenti (ossia ricerca/sperimentazione/multidisciplinarietà/produzione), quanto per fronteggiare la necessità di ottenere un riconoscimento formale della nostra presenza in Forte da parte del Comune di Venezia, per poter così gestire le nostre attività a norma di legge.
Purtroppo, nonostante i nostri annosi sforzi, e benché il Comune sia consapevole della nostra esistenza, la nostra presenza non è ancora stata sancita da una concessione ufficiale; questo a causa delle “recenti” vicissitudini politiche della città (arresto del precedente sindaco Orsoni) e delle sue dirette conseguenze (cambio di giunta, cambio di società gestore del Forte da Società Partecipata del Comune a Fondazione…).
Con la nuova Fondazione Forte Marghera ci auguriamo di poter concludere questo faticoso (ma necessario) processo di riconoscimento che porterà sicuramente i suoi frutti. Il nostro stesso spazio, il capannone, C32, è un esempio di quanto siano importanti contributi come il nostro: non solo ci occupiamo hic et nunc dei processi artistici, ma nel corso degli ultimi 10 anni ci siamo anche impegnati nel recupero e nella riqualificazione di uno spazio abbandonato che sarebbe – senza la nostra presenza – stato destinato a un crollo sicuro. Al posto di macerie e natura inselvatichita si trova oggi invece un luogo ideale, uno spazio utile e pienamente attrezzato, con tappeto danza, impianti di diffusione audio e parco luci”

L’impressione, almeno stante ad altre esperienze in Italia, è che voi abbiate coscientemente scelto una via di sperimentazione e, se si vuole, anche di studio, rispetto ad un approccio magari più immediato ma anche più superficiale alla musica. Anzi, mi correggo, al suono latamente inteso. Trovi sia così?

“Mi fa davvero piacere che dall’esterno traspaia in modo chiaro la nostra volontà di rivolgerci alla sperimentazione (letteralmente all’experimentum, alla prova). Sicuramente è anche questa la caratteristica che contribuisce a renderci “altro” rispetto a quanto proposto in Italia. Il nostro è uno spazio particolare, che si presta alla ricerca; in più, è gestito da artisti che se ne prendono cura. Ognuno di noi contribuisce con il proprio ambito di ricerca all’apporto di competenze e di nuovi punti di vista. Ciò che noi, come artisti singoli, indaghiamo, si riversa nell’associazione culturale che diviene contenitore e contenuto. Ecco quindi spiegati i motivi dietro alle scelte di determinati workshop/artisti in residenza/progetti: fanno tutti parte della nostra singola ricerca o del nostro sguardo sulle cose.”

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Dal 2013 avete iniziato ad organizzare la prima edizione di Electro Camp: me ne vorresti parlare?

“Questa è la quarta edizione e ogni anno riusciamo, tra mille fatiche e difficoltà – come quelle rappresentate dall’autofinanziamento o dalla precarietà della nostra presenza ufficiosa – a proporre questa manifestazione di volta in volta sempre più strutturata e chiara nei suoi contenuti. Abbiamo iniziato nel 2013 con una settimana formativa che indagava le relazioni tra suono e movimento attraverso workshop di danza e musica elettronica, questi ultimi incentrati sulla storia della musica elettronica e sui principi base di questa disciplina. Parlando di conduzioni dei laboratori e di artisti invitati, in quel primo anno abbiamo attinto a piene mani alle conoscenze e collaborazioni dell’epoca, in una parola ai nostri amici artisti come Barokthegreat o Mudwise.
Poi, com’è naturale che sia per ogni artista, il nostro orizzonte si è ampliato, anche grazie ad alcuni tour e viaggi per l’Europa. Forse il luogo che ci ospita, un posto situato a due passi dal mare, in una laguna, forse questa forma naturale ci rappresenta, evidenziando la nostra caratteristica di spazio aperto e disposto al continuo aggiornamento.”

E dell’edizione di quest’anno cosa mi sai/puoi dire?

“Questa edizione è fortemente incentrata sull’internazionalità, con ospiti che provengono dal Giappone, dalla Francia, da Israele, dalla Slovenia, dall’Olanda ma anche dal Brasile e dalla Romania, paese che, al contrario di quanto gli attribuisca il pensiero comune, ha un fiorentissimo sviluppo artistico, molto sostenuto dalle istituzioni. Le conduzioni dei due workshop, danza e musica, saranno curate da due artisti di rilievo come Ronit Ziv e Seijiro Murayama. Se volete saperne di più seguite la nostra pagina Facebook, a brevissimo le iscrizioni ai laboratori saranno aperte…”

Definirlo semplicemente come spazio performativo è forse riduttivo ma è anche questo: C32perfomingartworkspace è una specie di oasi sonora nel Forte di Marghera? 

“Innanzi tutto C32 è un luogo destinato alla produzione e alla ricerca negli ambiti della danza e della sperimentazione sonora; non siamo un locale, un club, e le nostre attività si aprono al pubblico solo in occasione del Festival Electro Camp e delle restituzioni pubbliche dei workshop o delle residenze d’artista. Come ho avuto modo di dire anche prima, si tratta di un capannone, uno spazio molto ampio, dato che la sua superficie si aggira sui 200 metri quadrati. L’intero complesso, ossia tutto il Forte, era una struttura militare sorta durante l’occupazione austriaca e napoleonica, utilizzata poi dal nostro esercito sino a metà degli anni Novanta del Novecento.

Oggi è una vera e propria oasi: la natura si è ripresa molti spazi – purtroppo anche a discapito di alcune architetture di rilievo, la pianta stellata con il suo intreccio di canali rivela il suo fascino tra fauna e alberi secolari… Da quest’anno, ad accrescere l’importanza del Forte è arrivata anche la Biennale, con una presenza più importante rispetto alle edizioni passate. Oltre all’Accademia di Belle Arti di Venezia, una presenza che impreziosisce il luogo è quella della Cooperativa Sociale Controvento che si occupa dei punti ristoro, dell’organizzazione di concerti e di svariate altre attività. Chi viene a Forte Marghera, magari provenendo dalla stessa Venezia, ha l’occasione di riconnettersi con la rigogliosa natura circostante.
E poi ci siamo anche noi, con il “nostro” capannone, strutturato per ospitare artisti in residenza grazie a una zona living dove si può chiacchierare e socializzare, una piccola sala prove soppalcata e un’ulteriore sala – il nostro cuore pulsante – che ospita il tappeto-danza, l’impianto audio e luci e una gradinata capace di accogliere un piccolo pubblico. Qui gli artisti possono sperimentare le loro produzioni e restituirle, anche in forma di work in progress, al pubblico, per riceverne il feedback: è  o non è un posto pazzesco?! [risate]

Come C32perfomingartworkspace, Electronicgirls fa parte intimamente di voi. Leggendo in rete qualche informazione su questa netlabel vi ho riscontrato una carica anche ideologica (nel senso migliore del termine) molto forte. Che cosa è Electronicgirls?

“Electronicgirls  è una netlabel, ovvero un’etichetta indipendente con distribuzione via web; le nostre release (o produzioni) sono scaricabili gratuitamente dal sito e si avvantaggiano di tutela via Creative Commons. La nostra è una realtà fortemente schierata contro la SIAE, un organismo putrefatto, cioè che si è rotto, disfatto nel tempo a causa della sua obsolescenza. La netlabel si rivolge alla musica – elettronica – come a una produzione culturale dell’uomo visto come essere umano in generale, benché sia nata con l’intento di far conoscere l’elettronica e l’elettroacustica prodotta e ideata dalle donne.
Ciò è accaduto perché l’argomento in Italia (ovvero: la storia dell’elettronica al femminile e la presenza contemporanea di un nutrito gruppo di donne impegnate in questa disciplina) rappresenta un terreno che non è stato ancora “battuto” abbastanza. La musica elettronica che proponiamo è sperimentale, di rado si potranno trovare strutture con il funzionamento classico del beat, e, anche in quei casi, ci teniamo a sottolineare che le sonorità scelte derivano da un particolare percorso di ricerca“.

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Uno degli aspetti fondamentali della vostra associazione sono i numerosi workshop che proponete…

“La formazione è indubbiamente la condicio sine qua non della produzione artistica; in questi anni di attività, ho potuto notare l’esistenza di un grande divario attitudinale tra performer e musicisti; i primi sono molto più abituati a ricercare i momenti di scambio, di lavoro di gruppo e i workshop stanno alla base del loro “sistema di nutrimento”. Il punto di vista del musicista – ossia degli appartenenti alla mia categoria – è invece radicalmente diverso. Per quanto mi riguarda, credo che per un artista sia fondamentale il processo di apprendimento attraverso l’ascolto dell’altro, attività che non è mai passiva perché genera scambio.
Purtroppo in Italia difficilmente i musicisti elettronici escono dalla loro condizione solipsista; i motivi alla base di ciò sono parecchi: perché non sono forse interessati al lavoro di gruppo, perché non sentono la necessità di un confronto, perché ritengono di poter apprendere le nozioni utili tramite manuali e tutorial, perché c’è poca disponibilità allo scambio, molta chiusura nella consapevolezza del sé e, forse, poca umiltà nei confronti dell’arte. Nonostante questa situazione di “difficile recupero dell’utenza”, noi proseguiamo nell’ideazione di workshop che coinvolgano artisti importanti e d’ispirazione – come ad esempio Markus Stockhausen, figlio del celebre compositore – pronti a mettere a disposizione degli altri le tecniche e le conoscenze acquisite nell’arco di una vita, e dunque, di una carriera”.

Senza dimenticare, anche e soprattutto negli ultimi tempi, un amore/interesse reciproco verso il mondo del teatro giusto?

“Esatto. Oltre al mondo della danza, del movimento, della sperimentazione musicale e delle nuove tecnologie, ci interessiamo di teatro in una sua forma particolare, come quella rappresentata dal Teatro Valdoca che ospitiamo regolarmente con i suoi laboratori da orma tre anni. Si tratta di una forma di teatro importante, di grande creatività e sperimentazione, di ricerca aperta agli ambiti del gesto, del suono, dell’immagine e dell’immaginario, della parola e del suo significato poetico.
E così, anche la poesia entra nei nostri spazi, sotto l’immensa figura di Mariangela Gualtieri, ed è questo un ambito che potrà acquisire forse più valore, soprattutto grazie alla nuova presenza di Alessandra Trevisan, ricercatrice e sperimentatrice sul tema. Come detto prima, sono gli apporti di tutti noi a creare le proposte di Live Arts Cultures; è questo il nostro principio di funzionamento. Ad esempio, il contributo di Mauro Ferrario e le sue competenze di programmatore hanno portato dentro Live Arts il creative coding e le nuovissime tecnologie applicate nel campo dell’arte”.

Tornando ad una domanda precedente, in conclusione, pensi che sia riduttivo definire Electro Camp un festival della sperimentazione nella musica elettronica? Se sì come ti piacerebbe che venisse definito? 

“Credo che sia riduttivo per tre motivi: il primo è che è non è un festival di elettronica ma una rassegna che coinvolge la danza, il movimento, nelle sue relazioni con il suono e in particolare con la musica elettronica. Il secondo è che non è solo un semplice festival, ma accoglie anche – in diurno – due workshop residenziali dedicati a movimento e suono. Il terzo motivo è che non è un vero e proprio festival; un festival, per definizione, accoglie un grandissimo numero di visitatori e propone spettacoli finiti. Noi invece amiamo definire Electrocamp “piattaforma di sperimentazione“, dove le ultime ricerche proposte da artisti provenienti da tutto il mondo, possono incontrare lo sguardo del pubblico, offrendo così l’ultima visione di quel che sta accadendo nel mondo delle arti performative. Ecco perché potremmo paragonare Electrocamp all’acqua che ci circonda: il festival propone tutto ciò che non è in una forma statica, immobile o definita, e ricerca quell’interrogativo che non prevede mai il raggiungimento di uno stato finale. Venite a trovarci tra il 7 e l’11 settembre per capire quello di cui vi sto parlando…”.

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(20/06/2016)

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Mattia Nesto

Fa’ che la morte mia, Signor, la sia comò ‘l score de un fiume in t’el mar grando