“Il fuoco nero” della musica gitana. Kalyi Jad e Ando Drom
Chi non è rimasto affascinato dalla fotografia del celebre Emir Kusturica nel film Il tempo dei gitani, chi è rimasto illeso dal potere magico degli zingari nel libro Cent’anni di solitudine di Marquez, chi non ha ballato almeno una volta le musiche di Goran Bregovich? Eppure, l’universo musicale degli zingari, così multi variegato anche per via delle tante comunità che ne costituiscono l’insieme, non sempre viene conosciuto e apprezzato per come dovrebbe. Il famoso compositore Franz Liszt, che trasse ispirazione proprio dal panorama musicale zingaro (in particolare quello ungherese) per alcune sue opere, scrisse di loro, in un saggio del 1856, come del popolo dotato della più straordinaria capacità musicale, in virtù del fatto che, danze e canti investivano e investono tutt’ora la vita delle comunità nomadi in un un senso globale e profondo, accompagnando, come un rito, ogni momento dell’esistenza. La difficoltà nell’apertura verso l’esterno per i musicisti, è stata, come lo è attualmente, molto difficile, in quanto vittime di pregiudizi all’infuori della ristretta cerchia comunitaria in cui la musica gypsy trova la sua autentica collocazione, impregnata com’è di antiche tradizioni a noi sconosciute e con l’uso delle lingue romani che non ne facilitano il successo.
Tra i nomi che hanno contribuito alla diffusione della musica zingara ad un pubblico internazionale, vanno annoverati i nomi dei Kalyi Jad e Ando Drom, formazioni rom ungheresi attive dalla fine degli anni settanta. Fondamentale il loro contributo nella resa del repertorio gitano come espressione artistica compiuta.
I kalyi Jad (letteralmente fuoco nero) muovono i primi passi nel 1978 a Budapest, e nello specifico nella contea di Szatmar, condensando amabilmente ballate folk della tradizione ungherese a liriche proprie della loro origine gipsy, scritte per lo più in lingua nativa e accompagnate, oltre che dai classici strumenti quali chitarra, mandolino e tamburi, da oggetti presi direttamente dal quotidiano, a testimonianza della forte eredità zingaresca a cui appartengono. Prima degli anni 60 infatti, lattine e cucchiai in legno fungevano da veri e propri strumenti musicali, che furono gradualmente abbandonati dopo l’importazione del mandolino dai Balcani.
Liriche calde e avvolgenti, suoni e venti dell’Est a coronamento di un immaginario musicale denso di terra e strada, di racconti intorno al fuoco, travalicano tempo e spazio in album quali Gipsy Folk Songs from Hungary del 1989 e Karingszo Me Phirav del 1994.
Ancora da ascoltare e comprendere nella loro triste ed eterna poesia.

Portatori sani di musica gitana folk sono stati gli Andro Drom (gli attuali Romano Drom), formazione ungherese appartenente alla comunità Olàh.
La musica di questa comunità è stata per lungo tempo sconosciuta, ed è solo grazie ad un attento recupero da parte degli etnomusicologi, a partire dalla seconda guerra mondiale, se oggi ne abbiamo (se pur parziale) conoscenza.
Gli Ando Drom sono i diretti discendenti del ceppo collar (venditori ambulanti), da cui hanno attinto per scrivere alcuni testi delle canzoni. E rappresentano, in maniera straordinaria, il connubio perfetto fra tradizione e innovazione.
L’incontro con il fisarmonicista e percussionista Kornell Horvath ne rappresenta un emblematico esempio.
Caratteristica allettante di questa folkband è stato l’utilizzo della voce come strumento, intervallata da percussioni ottenute con oggetti domestici. Ballate veloci come sprazzi di vita, come pennellate in una tela impressionista.
L’immaginario zingaresco è un contenitore bulimico di stereotipi e luoghi comuni, ma anche di fascinazioni secolari, musiche, danze, colori; un mondo custode di oralità e vagabondaggio, di riti smarriti nella notte dei tempi, di strade percorse, di etnie divise.

Muse di pittori, musicisti, scrittori, i girovaghi, gli zingari, continuano, da sempre, ad instillare quel sentimento di mistero e paura, disgusto e curiosità, che ancora ci portiamo dietro. Sentimenti questi, figli di retaggi culturali mai veramente approfonditi, mai pienamente smascherati della loro superficie ambigua e mistificata. Ma grazie al linguaggio universale della musica, qualcosa è cambiato e qualcos’altro ancora potrà cambiare.






















