Il favoloso mondo di Marzia Stano aka UNA

UNA (1)

di Roberta Camilli

Marzia Stano, classe ’82 e  storica front woman dei Jolaurlo, debutta con il suo album da solista Una, nessuna, centomila. Spogliandosi  dei propri dati anagrafici e vestendo la maschera di UNA  ci  racconta il suo modo di osservare e percepire il mondo. In attesa di ascoltarla all’Auditorium Parco della Musica il 24 maggio ve la facciamo conoscere.

UNA, giù la maschera. Raccontaci chi è Marzia. E tu Marzia raccontaci chi è UNA.

UNA non ama rispondere alle interviste, sarà difficile cavare qualcosa da lei. UNA ama l’amore, odia il cellulare e i social network, lei pensa che gli occhi e le parole siano gli unici grandi media di tutti i tempi. Ha una grande collezione di vinili ma sul giradischi fa suonare quasi sempre gli stessi, si fida più dei suoi libri che delle persone perché sostiene che almeno con loro si può sempre tornare in dietro se non si capisce qualcosa. Con le persone no. La sua unica certezza è quella del qui e dell’ora, paura e speranza tengono sospesi l’uomo, dice – negandogli di godere di ciò che accade nel presente.

Una, nessuna, centomila è il titolo del tuo album da solista. Il richiamo al romanzo di Pirandello è evidente. Perché questa scelta e quali sono i rimandi all’opera letteraria?

Conoscere UNA mi ha permesso di indossare una maschera che invece di nascondere, rivela. Pirandello è uno che l’ha capito e descritto in maniera impeccabile e metodica, ben prima di me. E’ un autore geniale che merita di essere conosciuto oltre i banchi di scuola. “Maschere Nude” per esempio, una raccolta di drammaturgie mai andate in scena e difficile da reperire, è un opera incredibile.

Vitangelo Moscarda, protagonista di Uno, nessuno, centomila, ha una crisi d’identità dopo che la moglie gli fa notare un difetto al naso. Da qui la decisione di cambiare vita e di intraprendere un percorso che lo porterà alla follia. Le persone, oggi, sono davvero schiave degli altri al punto di diventare schiave anche di se stesse?

La canzone Fuor di testa parla di questo, si diventa schiavi di ciò che abbiamo, ma anche di ciò che non riusciamo a conquistare. Come un amore non corrisposto, che rischia di portarci alla follia.

Qual è la peggior maschera dietro la quale si può celare una persona?

Quella della rassegnazione e della paura. Le maschere vanno indossate per lottare, per avvicinarsi in maniera più aderente possibile all’idea che si ha di sé, per gioco, per scoprire chi siamo. So che a prima vista può apparire un concetto paradossale e complicato, ma Oscar Wilde diceva: – Date all’uomo una maschera e vi dirà chi è .– Credo che la sua frase incarni pienamente il concetto.

I testi delle tue canzoni passano dalla grinta rabbiosa di Contraria al disicanto di Farfalle. Qual è la canzone che senti più tua e perché?

Le sento tutte mie nella stessa intensità, loro rappresentano in maniera caleidoscopica le diverse sfumature dell’animo. Farfalle in realtà è il brano più edonistico del disco, è un invito a tuffarsi in quelle esperienze che ti fanno sentire viva anche solo per una notte, con tutte le conseguenze che ne possano derivare.  Contraria e Lezione di storia dell’arte sono invece i brani più generazionali, in cui si snodano in maniera ironica, le contraddizioni dell’Italia attuale, e dove si evince un impegno di militanza artistica più che politica, in cui non credo più, tesa a esprimere se stessi e a non piegarsi alla mediocrità dei modelli culturali in cui 20 anni di Berlusconismo ci hanno fatto sprofondare.

L’impianto della tua struttura compositiva è rock anche se ci sono sfumature della tradizione italiana. Quali sono gli artisti che hanno maggiormente influenzato il tuo modo di comporre musica?

Se vogliamo davvero andare a fondo dovrei ammettere che a otto anni ascoltavo i Beatles, e credo che siano stati McCartney e Lennon ad insegnarmi a comporre una melodia. Sono figlia di un musicista con una collezione di vinili immensa, e credo che i miei ascolti siano stati davvero eclettici. Ma ciò che mi ha influenzato come artista, è di certo il rock più scarno, fatto di poche note ma di tanta anima, di rumori e silenzi, di parole importanti.  Velvet Undergrond, Patty Smith, Jefferson Airplain, David Bowie nel suo periodo Berlinese. Poi è arrivata Sinned O’ Connor, che mi ha fatto venir voglia di cantare, perché nella mia prima band suonavo la batteria! La canzone d’autore italiana è venuta molto dopo in realtà, ho scoperto Gaber di recente, Leo Ferré e Piero Ciampi. Al mondo cantautorale però mi ha “iniziata” il grandissimo Fabrizio de Andrè, che continuo ad amare smisuratamente.

La scena indipendente italiana e la difficoltà di emergere, cosa pensi ci sia da cambiare nell’ambiente musicale?

L’alimentazione. Noi musicisti spesso ci alimentiamo male. Mentre i discografici dovrebbero dedicare almeno due ore al giorno alla coltivazione dell’orto. Affinché possano capire e ricordare che un buon seme se coltivato con cura, con la luce giusta e un terreno fertile, può diventare una pianta che genera tanti frutti. Invece loro che fanno? Vanno direttamente dal fruttivendolo, prendono ciò che gli serve, se ne nutrono e poi vanno in bagno. Fine della storia.

www.marziastano.it

www.martelabel.it

(21/05/2013)

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Roberta Camilli
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