Giacomo Toni e l’elogio della contraddizione

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di Roberta Camilli

E’ uscito infatti il 23 aprile scorso Musica Per Autoambulanze, primo vero album di Giacomo Toni. Il lavoro, pubblicato su etichetta MarteLabel, contiene dodici brani scritti e interpretati dal pianista di Forlimpopoli e dalla sua Novecento Band. L’abbiamo seguito onstage , ne abbiamo apprezzato il disco e ora, noi di Outsidersmusica vi proponiamo la lettura dell’ intervista che Giacomo ha rilasciato ai nostri ‘microfoni’

Parlaci un po’ di te: come e quando hai capito che la tua strada era la musica? 

Giacomo: Ho capito che la mia strada era la musica quando ho cominciato a lavorare. Ho fatto alcuni lavori faticosi sporchi o stupidi. il più stupido è stato il taxipizza, lavoro che tutt’ora trovo inverosimile. E’ maturata in me la convinzione che chi pretende da un adolescente che gli porti una pizza nella propria abitazione sia un criminale. Il più sporco è stato lavorare all’inceneritore, stavo nella pesa, all’ingresso. Veniva la gente a portare le cose da mettere nel forno e una volta hanno portato un cane in un sacco nero. a chi mi chiedeva che lavoro fai, io rispondevo: brucio i cani. La cosa creava non poco imbarazzo, soprattutto a mia madre, che un giorno mi ha fissato un colloquio con la Valtur che mi ha assunto come piano barista in Marocco. Da quel giorno sono diventato una persona che vive di musica.

Sei giovane e già considerato un cantautore alla stregua di Paolo Conte e Jannacci. Ti spaventa questo paragone o, in qualche modo, ti dà la giusta carica per andare avanti?

Giacomo:Io non scomoderei questi due grandi inventori. Le loro carriere sono impressionanti. non penso che la nostra epoca possa dare alla canzone quello che loro hanno dato. Il  panorama musicale di quegli  anni aveva una freschezza irripetibile. Se hanno lasciato uno spazio vuoto, forse è nella concezione del suono dei dischi ed ora è forse il tempo di tentare una ricerca, una mescolanza di un suono importante con la parola calibrata e significativa. Non so se la mia sia una posizione manierista o avanguardista, in ogni modo è una proposta con la prerogativa di andare oltre alla lezione di quelli che sono considerati i mostri sacri.

Musica per Autoambulanze è un disco cinico e malinconico, ma allo stesso tempo ironico. L’ironia è il vero antidoto  contro lo squallore che ci circonda?

Giacomo: Probabilmente la mescolanza  costante di questi due mondi, l’ilare e il tragico, è il punto particolare delle mie canzonette. Questo non significa che si debba cercare per forza la spiritosaggine, ma il tentativo di alleggerire la condizione penosa e circostante è e deve essere un punto di forza e di slancio.

Come nasce l’idea di un album per autoambulanze?  Cosa si nasconde dietro questo titolo?

Giacomo: L’album che ho inciso insieme ai miei compagni, ai quali va tutta la mia gratitudine, è un lavoro più ambizioso che assennato. Il titolo è il frutto del gusto per le parole sgangherate e i concetti insensati. In qualche modo non significa niente è quindi è coerente con la condizione umana. Se quel che affermo ha senso allora significa che la sensatezza è enigmatica e scostante e l’assenza di senso è coerente. In definitiva è un disco che si basa sull’elogio della contraddizione.

Le tue canzoni hanno un retrogusto teatrale. Tu stesso hai dichiarato di essere molto legato a Il mistero buffo di Dario Fo. Parlaci un po’ di questo legame.

Giacomo: E’ una naturale conseguenza di anni di frequentazioni teatrali. Il mistero buffo è uno spettacolo che conosco bene grazie alle repliche alle quali ho partecipato come musicista di scena insieme a mio fratello Simone. Siamo cresciuti guardando le videocassette di Fo, quel modo e quel linguaggio ci ha sempre affascinato. Soprattutto il concetto di ridicolizzare il potere per dare dignità agli umiliati.

Qual è la musica che ha segnato la tua ‘educazione musicale’ e qual è il disco in assoluto che ami di più?

Giacomo: Il disco che ho amato di più è Nevermind dei Nirvana.

Uno sguardo al passato, cosa ti manca e cosa invece sei felice di esserti lasciato dietro le spalle.

Giacomo: Il vero rimpianto che ho è aver smesso di giocare a pallone. Sono stato un grande stopper da bambino e probabilmente avrei coronato il mio sogno di giocare nell’ Inter, se avessi continuato. Poi sono stato ammesso al conservatorio e ho abbandonato a malincuore. Ora sarei ricco e avrei una di quelle donne belle col cervello piacevolmente latitante che danzano in televisione. Sono felice di non dover essere per ora costretto a fare certi lavori di cui sopra.

In conclusione un messaggio per i lettori di Outsidersmusica?

Giacomo: Ai lettori vorrei dire che li stimo molto per il fatto che siano riusciti ad arrivare in fondo all’intervista. Un abbraccio a tutti dal vostro amato Giacomo, il grande cantautore.

www.giacomotoni.it

www.martelabel.com

(11/06/2013)

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