Django Django, pacchianità di gran classe
Alla faccia del minimalismo atmosferico che siamo abituati ad associare ai prodotti musicali dalla latitudine nordica, i Django Django, tra un deprimente acquazzone e l’altro, nella Edimburgo in cui studiavano, se ne sono usciti con un progetto che sembra sbucare dai tropici del futuro. Non è soltanto perchè il loro nome ricorda bislacche pratiche sessuali Berlusconiche o insulti alla Borghezio. Le loro canzoni si appoggiano su percussioni equatoriali, spesso a base di synth sfacciati, tra i quali certe volte spuntano persino noci di cocco a replicare il suono del galoppo dei cavalli (a quanto pare lo strumento più adatto allo scopo). Proprio come nella loro copertina, ogni cosa nel loro immaginario è il più lontano possibile dal buon gusto. Ritmi ipnotici e armonie vocali quasi mistiche evocano deserti asfissianti eppure scoppiettanti di colori lisergici. Il loro ‘Django Django’, solido disco di debutto omonimo, ospita miscugli pop ardimentosi che combinano spaghetti western e dance poco sobria, profumo di maracas e Caribe ovunque accompagnato dal savoir faire tutto inglese per il pop elettronico che spopola da tempo a questa parte. Tant’è vero che la loro carriera è iniziata grazie ai concerti in cui hanno fatto da spalla ai Metronomy, che di questa tendenza sono quasi il simbolo, e con i quali i Django Django non a caso condividono anche etichetta, la francese Because. Di casa però ora stanno a Londra, dove si sono trasferiti lasciandosi alle spalle la Scozia, e dove i loro concerti sono tutti sold-out. La capitale li ama e osanna nel suo modo un po’ snob, infatti al Field Day (festival simbolo dei gusti e preferenze di Londra Est) il loro set in un anonimo slot da metà pomeriggio su un palco secondario era sovraffollato da signorini in cappello e baffi piantati sui loro mocassini.

Varrebbe davvero la pena portarseli in Italia al più presto, o in qualsiasi altro paese dove la gente ha meno paura di sudare troppo ai concerti. Per la gioia dei ragazzetti indie che non hanno mai veramente messo nel cassetto la loro infanzia truzzetta, i Django Django hanno la faccia tosta di inserire delle trucide eppure azzeccatissime sirene iniziali nella loro WOR, mentre durante Zumm Zumm è facile sentirsi ad un beach party a Tenerife. Default peraltro è l’equilibrio perfetto tra chitarre rock n roll, batterie che suonano come sintetizzatori e singulti vocali che la rendono senza dubbio perfetta per qualsiasi platea notturna. Eppure, a contraddire questa vena non scontata ma di fatto facile, le armonie semplici e leggere di Firewater ricordano di più un blues anni ’60, mentre Skies over Cairo è un tripudio arabeggiante che sembra una nenia da incantatore di serpenti. Dentro alle loro canzoni ci sono spinte in così tante direzioni, spesso contrastanti, che è un miracolo pensare che il tutto riesca a stare insieme con una carica così possente senza strafare. A decifrare tendenze, intenzioni e influenze si rischia di perdere soltanto tempo, è più facile definirli come altri hanno fatto ‘massimalisti’. Il loro punto di forza è questa pacchianità di gran classe, questa sovrabbondanza che finalmente ci riempie le orecchie e che ci fa passare sopra ai dettagli kitsch (se possibile, anzi, ce li fa apprezzare ancora di più), e che non può lasciare indifferenti, nè tantomeno fermi. Non saranno i primi nella storia a farlo, ma almeno i Django Django ci hanno ricordato che ci sono mille modi per fare pop, e per fare elettronica. Il loro, per esempio, è un modo esagerato, sgargiante e quasi chiassoso, che ci invoglia finalmente a scrollarci tutte le riserve di dosso. Avercene.













