Il whiskey di Tom Waits, le sigarette di Paolo Conte, una cascina abbandonata in cui rintanarsi come gatti randagi. Immersi nel torpore di quell’angolo di mondo, riscaldati dal solo alcool e col sapore di tabacco ancora sul palato, divorare letteratura Americana, lasciandosi trasportare dal soffio del vento sotto i portici dei casolari affollati unicamente dalle note di un bluesman ottuagenario fino alle immense praterie del Kansas. Questo e molto altro fuoriesce dal sacco contenete il gatto morto che rievoca un passaggio di Tom Sawyer: è la penna di Mark Twain ad ispirare il non consueto nomignolo d’una band che pare provenire da una pozza dimenticata di Mondo Nuovo ed invece trova natali nella provincia torinese. Amano definirsi “un duo dentro un quintetto” questi errabondi Dead Cat in a Bag, che declinano un alt-folk tributario come detto all’America cantautoriale di oggi e (soprattutto) di ieri, impreziosendolo con ibridazioni provenienti da mezzo mondo. Dopo essersi fatta conoscere grazie ad una traccia inserita in un tribute-album agli Smashing Pumpkins, la band ha esordito nel 2011 con l’album “Lost Bags”, registrato nella ribollente Catania dei Malavoglia. L’atmosfera decadente, smarrita e cupa di questa musica fuori dal tempo respira a pieni polmoni della claustrofobia di Edgar Allan Poe, annega nel mare torbido di Melville, si contorce nei dubbi esistenziali di Hemingway. C’è spazio per la malinconia affogata nello scotch di “Wasteground of your lips”, la waitsiana “Whiter” mentre “The stow-away son” riecheggia venti desertici. I toni dark sperimentali di “A Rose & A Knife” o della title-track “Lost Bags“, sfociano nei ricami balcanici-orientali di “The gipsy song” e in cavalcate country-roots alla Dylan. Sonorità scarne sono in realtà frutto di una cura maniacale per arrangiamenti scheletrici, come scavati nel legno del parquet d’una bettola messicana ad opera d’un impianto strumentale sofferente ma estremamente ricco, in cui chitarre, pianoforte e violini si congiungono ad armonica, contrabbasso, benjo e mandolino. Ospiti d’eccezione si affacciano tra le ragnatele sonore di questo eccezionale “Lost Bags” (Cesare Basile, Liam McKahey leader dei disciolti Costeau ed ancora Massimo Ferrarotto dei Feldmann) che in suolo italico può essere accostato forse ad alcune divagazioni popular-noir di Vinicio Capossela e che va a formare un personale mosaico folk artigianale, di produzione italiana ma cittadino del mondo.


