Black Keys (9/02/12), Londra, Alexandra Palace
Quando un pubblico scala una collina sotto la neve di un infame giovedì sera per giungere all’Alexandra Palace, si aspetta un concerto impeccabile per poter ripagare gli stenti a cui si è sottoposto. Nel caso dei Black Keys la fatica potrebbe e dovrebbe valere la pena. Dovrebbe: e in questo condizionale c’è una punta di risentimento, perchè il set del 9 febbraio purtroppo non si merita quel 100 con lode e bacio accademico che si prevedeva potesse guadagnarsi. Il problema fondamentale – l’unico, a dirla tutta – sta in uno degli elementi costitutivi della serata: la dimensione e qualità del ‘locale’. Se di locale si può parlare, visto che come il nome suggerisce l’Alexandra Palace è un gigantesco palazzo. Troppo, troppo grosso per vedere e sentire da vicino l’atmosfera che i Black Keys evocano. Niente scantinati bui e fumosi, in pieno stile anni 70: ad accogliere la folla gigantesca un ambiente vasto e luccicante riadattato a mò di festival. L’odore dei banchetti di hamburger e cibo messicano ha accompagnato tutto lo show del duo americano, risultando una distrazione non troppo gradita a chi quel salto nel tempo/spazio avrebbe davvero voluto farlo. Com’è ovvio, l’entusiasmo è inevitabile all’attacco con una Howlin’ for you, specie se resa ancora più rapida e frenetica dell’originale. Gli spiriti però sono subito spenti dal suono non impeccabile: un po’ in sordina, un lo-fi poco affascinante, che non si confà ad uno spazio del genere. E’ vero che le canzoni dei Black Keys non possono che suonare parzialmente sporche, perchè quella è la loro natura, ma il problema è che questo mal si sposa con le luci s
trobo e le animazioni colorate dietro al palco sui megaschermi. Ingoiato il boccone amaro, però, diventa facile farsi convincere da una scaletta che combina i classiconi senza paura di sfruttarli tra le riuscitissime nuove canzoni. L’operazione di marketing va perdonata e giustificata: raggiunto un grado di popolarità che porta a fare un sold out clamoroso per tre serate consecutive, non si può pretendere un intimismo pressochè utopico. E i due, semplicemente, ci sanno fare. I pezzi accontentano chi vuole salticchiare su ritmi facili (su Lonely Boy sembra quasi di essere in una gigantesca discoteca indie), ma anche gli amanti del rock d’annata più autentico, per i quali Your Touch suona perfetta. Il pubblico non manca di sfruttare i toni sensuali che sprizzano da tutte le canzoni, e il numero di persone che cercano di approcciarsi, ancheggiano o semplicemente limonano duro è ben sopra la media. Il set procede drittissimo e fin troppo veloce, concitato, giunge a una conclusione un po’ prematura, pur se rallentato da una romanticissima Everlasting Light ad aprire l’encore. Comunque, manda tutti a casa soddisfatti a sufficienza da sopportare l’idea di farsi una coda di 50 minuti per riprendere il proprio cappotto e sfidare la neve di nuovo, senza però avere sotto al maglione quel sudore appiccicaticcio che sarebbe stato – per una volta – bello sfoggiare. Niente da fare: siamo arrivati troppo tardi, quando i Black Keys sono ormai una band affermata, matura e capace. Ma lamentarsene sembra quasi assurdo.




































