Live Report

26 agosto 2011
 

Balla coi cinghiali: il focus di Outsiders sul decennale della Woodstock italiana

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“Vino, bancarelle, terra arsa e rossa”: come nel Ballo di San Vito di Capossela, anche quest’anno il popolo del Balla coi Cinghiali ha affollato l’entroterra ligure, in quattro giorni di festa tarantolata tra musica e cibo. Ad omaggiare il decennale del più grande festival della Liguria quasi 80 mila cinghiali accorsi all’ormai usuale ululato-grugnito di metà agosto in quel di Bardineto, paesino arroccato sulla Val Bormida in provincia di Savona. La crescita costante, esponenziale (e meritatissima) di questo festival ha consentito anche quest’anno agli organizzatori di dispiegare un proposta di alto livello in campo musicale ed enogastronomico arricchita da un gran numero di piacevoli ed azzeccate attività di contorno che spaziano tra letteratura, teatro, cinema ed arte.

Più di 50 band si sono alternate sui 5 stage sparsi per l’”isola selvaggia dei cinghiali”: molti i nomi di rilievo (Verdena, Roy Paci & Aretuska, Il Genio, 24 grana, Giorgio Canali & Rossofuoco, Brunori Sas, Dufresne..) accompagnati da una notevole ricerca di band emergenti  e talenti di nicchia.

Ascoltare e recensire ogni artista sarebbe stato controproducente oltre che impossibile: tra polli allo spiedo, focacce, chapati indiani, birra a fiumi e con code chilometriche e stanchezza da fronteggiare dopo notti di 3 ore, senza peraltro il dono dell’ubiquità e tantomeno la pillola potenzia cervello di Limitless, ho preferito vagare senza meta precisa ma armato di viva curiosità, da zelante cinghiale quale sono, alla ricerca di ciò che mi colpiva sul momento bazzicando da palco a palco.

C’era chi non aveva bisogno di presentazioni: i Verdena, esattamente come me li ero immaginati, sono saliti sul palco con la tranquillità di chi fa la coda per prendere il cappuccino al bar e senza far troppe parole hanno iniziato uno show memorabile in cui le meravigliose tracce dell’ultimo album “Wow” (sempre più arricchite dalla presenza della tastiera vintage) si sono alternate a successi del passato (una “Isacco nucleare” da orgasmo fa tremare la valle). Quello che colpisce è il suono assolutamente unico: come fanno i Verdena a riprodurre dal vivo note così calde, sinuose e distruttive in maniera tanto particolare? L’impressione è davvero quella d’ascoltarli in vinile!

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Roy Paci & Aretuska portan una ventata d’allegria siracusana infiammando il pubblico con l’inconfondibile mix di ska, raggae e musica popolare dettato dalla tromba del “Padrino” Paci. La formula è sempre vincente: e allora Mambo..siciliano!

Sulla stessa scia si inseriscono i 24 grana, storico combo napoletano che da sempre dà spazio ad una miscela di indie rock e reggae-dub di respiro internazionale ma cantata in dialetto.

Con Giorgio Canali sale sul palco un pezzo di storia del rock alternativo italiano: accompagnato dai Rossofuoco, occasionalmente orfani del batterista Luca Martelli (a surfare sul mare di Ferragosto a detta degli altri componenti), il cantautore “fedele alla linea” calca il palco con l’usuale carisma che lo ha contraddistinto negli anni, gridando a squarciagola ed inneggiando alla rivoluzione. Sorseggiando Fanta & gin, prendendosela con le donnine pronte a sculettare al suono d’una pizzica qualunque e deridendo bonariamente il Credo della nonna per Padre Pio paragonato a Fidel (!), l’ex CCCP regala una performance di pancia e cervello, scherzando col pubblico e deliziandoci con la sua poesia.

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Divertentissimi i The Gribitch Brothers  (scatenata fanfara francofona influenzata da ritmi balkan e rockabilly) ed i The Legendary KidCombo (gilet, bombetta ed un folle country-punk che sollazza a tal punto da far venire alla mente un improbabile incontro tra Johnny Cash ed i Gogol Bordello)

Le perle sono distribuite al piccolo Raindogs stage:

 gli Ufomammut, atterrano a Bardineto dal Piemonte portando con sé un doom metal di pesantezza apocalittica, psichedelico, viscerale, cavernoso. Un tunnel tetro e senza via d’uscita, un percorso scandito da riff ripetuti che si conficcano nel cervello e ti colpiscono come sassate in pieno viso: poche parole profetiche ed una martellante melodia dissonante. Un innesto micidiale.

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  I Lomè, invece sono una trottola impazzita di indie rock cantautoriale, folk’n’roll e pop-jazz venato d’elettronica: la performance è magnetica, a tratti funambolica e sicuramente coinvolgente. Ottimo contrabbasso e vocalist. Nei tratti più convulsi ed indiavolati mi ricordano addirittura gli Area, dato l’estro compositivo e la vocalità particolare del cantante.

A strappare il mio applauso commosso sono i Bancale: il loro avant-blues malatissimo scava nell’animo umano con andamento lento e macchinoso, dietro i tamburi si fa strada un rumorismo straniante di lamiere e ferraglie sapientemente in bilico tra interferenze noise e psichedelia jazz. E’ una scarnificazione musicale che apre nuove frontiere, è il rumore squisitamente marcio di un cadavere in decomposizione, dell’uomo che si consuma randagio in questo mondo. Pur ricordando i Bachi da Pietra (la poetica perversa e sovversiva di Succi resta forse imbattuta al momento nello Stivale), percorrono un affluente decisamente personale e tutto da scoprire. “Frontiera, dieci canzoni sulla fine”: canzoni che determinano  un imperdibile esordio.

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Il raggae yard era forse la zona più vitale del festival con il meglio della musica in levare internazionale e nazionale: old school raggae, dance hall, dub a risuonare nella notte fino alle ore piccole. Rasta, pollo al jerk e fumo, ovvio, in un’atmosfera che si mantiene nei giorni quasi sempre rilassata e piacevole: ecco il variegato popolo del Ragga coi cinghiali.

E se la musica la fa da padrona (la radio ufficiale del festival accompagna i cinghiali sin dal mattino sollazzandoli con musica d’ogni genere, i concerti inizian già nel pomeriggio) tra una canzone e l’altra le attività ricreative-educative non mancano: un capannone attrezzato con materassi sparsi ovunque ed un minibar fornito di deliziosi dolcetti e stuzzicanti the aromatizzati dà ristoro al pubblico proponendo attività che variano dal cineforum (da segnalare l’immancabile serata horror con Zombie di Romero), agli spettacolini teatrali o di musica da camera. Area fitness dove scalciare un po’ su pungiball, giocare a calcio balilla o assistere all’allenamento dei bestioni del football americano; skate-park dove cimentarsi in acrobazie in bmx (una delle poche cose a pagamento, peraltro altissimo..); area bimbi e un’immancabile quindicina di cucine di strada lo cui offerta spaziava da farinata a fritto misto di pesce passando per la polenta taragna. Azzeccatissima novità di quest’anno un Open Circus con esibizioni serali di spettacolari artisti circensi: acrobati, trapezisti, giocolieri, clown..tutto bevendo un ottimo boccale di birra o un bicchiere di vodka.
Bancarelle a gogò consentono veramente a tutti di comprare un ricordo di questa grande festa: vestiario, oggettistica artigianale, accessori ma anche oggetti d’arte, oddieties, dredd makers. Impeccabile merchandising ufficiale dell’evento con t-shirt e felpe per tutti i gusti e dalla grafica azzeccatissima.
Il filo conduttore di questa girandola di attività è fondamentalmente duplice: da una parte lo spirito ecosostenibile (grande attenzione è riposta all’impatto ambientale ed all’educazione al consumo critico: la differenziata è la regola e piatti, posate e bicchieri sono biodegradabili) dall’altra un costante richiamo al “divertirsi responsabilmente” senza utilizzare droghe o abusare di alcool ma ascoltando buona musica, mangiando bene e concedendosi una buona birra artigianale di troppo! Ma soprattutto stare insieme, tutti e bene, formando una grande famiglia in un’oasi felice e magari in un mondo migliore. Certo, l’utopia si scontra inevitabilmente con la realtà: qualche ubriacone a romperti le palle lo becchi sempre, c’è chi ti propone il cartone, c’è chi ti chiede il cartone e c’è il rave tra gli accampamenti, ma tutto sommato l’atmosfera, nel corso dei quattro giorni, si rivela davvero quella di un’invasione pacifica di gente pronta a divertirsi nel segno della condivisione e della fratellanza. 10 anni di “come a Woodstock ma si mangia meglio”: non saranno gli anni Sessanta, non sarà l’America, ma per una settimana Bardineto, 700 anime o poco più, diventa l’ombelico del mondo, o almeno d’Italia.

Lunga vita al cinghiale!

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Scritto da

Lorenzo Giannetti
Lorenzo Giannetti
Caporedattore. 22 anni, nato a Torino, studente del Politecnico presso la facoltà di design e comunicazione visiva. Attivo come pubblicista e reporter per le webzine di informazione musicale: OUTsiders musica, Impatto Sonoro.it e RockLab.it., gestore della pagina facebook "jazzcore-avantgardejazz- freejazz". In cerca di collaborazioni nel settore musicale (gestione, reportage, management, promozione).