Amy Winehouse, autodistruzione di un talento
Alla fine non ce l’ha fatta. Ha lottato, o almeno ha cercato di farlo, ma la sua vita spericolata l’ha sopraffatta, questa volta per sempre. Il cuore di Amy Winehouse, sottoposto ad anni di estremi sforzi dovuti all’abuso di alcol e sostanze stupefacenti, non ha più retto alla pressione e ieri ha smesso, definitivamente, di battere. Il mondo della musica piange per la morte della cantante britannica, pura voce soul incastrata in un tatuato corpo da bianca, talento indiscusso, carattere maledetto. Le cronache dei principali rotocalchi inglesi sono costellati di episodi riguardanti la vita della soul woman più famosa degli ultimi anni. Dentro e fuori dalle cliniche di disintossicazione, aveva da tempo abbandonato il canto, per cercare di dare una netta sterzata alla sua vita viziosa.
Quasi dieci anni di carriera, con solo due lavori pubblicati: Frank nel 2003 e Back to black cinque anni fa. Una discografia scarna, limitata al minimo indispensabile, da cui emergono lampi di talento puro, qualità che certamente non mancava alla cantante. Back to black, addirittura, è riuscito nell’impresa di assicurare ad Amy ben cinque Grammy Awards, nella cinquantesima edizione dell’ambito premio: un record che poche altre artiste possono vantare.
Rehab, che in italiano indica il centro di riabilitazione per tossicodipendenti o alcolisti, era un grido disperato, una richiesta di aiuto di una persona dalla personalità fragile e facilmente influenzabile.

You know I’m no good, richiama le atmosfere jazz e soul degli albori, ed Amy fornisce la perfetta descrizione di se stessa: “I cheated myself/like I knew I would/I told you I was troubled/You know that I’m no good”. Versi che potrebbero essere tranquillamente usati come epitaffio sulla sua lapide.

Il vero capolavoro dell’album rimane, però, la canzone omonima, Back to black. Malinconica ballata uscita direttamente dagli anni ’60, condita alla perfezione dai gorgheggi soul di Amy.

Amy Winehouse era stata oggeto del sondaggio targato Outsiders di qualche settimana fa. I fan avevano decretato la natura ambivalente della cantante, tanto geniale in sala di registrazione, quanto oscura nella sfera privata. Luccicava un barlume di speranze sulle sorte di Amy, impegnata a riconquistare il pubblico con un tour europeo, iniziato, però, in maniera disastrosa. La sua ultima esibizione live, infatti, rimarrà l’orribile concerto di Belgrado, datato 18 giugno, quando la Winehouse si era presentata completamente ubriaca sul palco, faticando persino a ricordare le parole delle sue canzoni.

Con la morte a 27 anni, Amy, raggiunge di diritto il Club 27, ideale gruppo di cui fanno parte altri artisti maledetti che dovevano ancora compiere il ventottesimo anno d’età: Brian Jones, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Kurt Cobain e Jim Morrison. I 27 anni rimangono lo snodo cruciale nella vita dei cantanti belli e maledetti, con tendenza all’autodistruzione, ostacolo che molti di loro non sono riusciti a superare.
Con il decesso di Amy Winehouse la musica perde la più promettente cantante soul che il panorama mondiale potesse offrire, troppo impegnata a complicarsi la vita per incidere un nuovo lavoro in studio di registrazione. Rimane un amletico dubbio. Si può idolatrare una cantante che, nonostante gli aiuti ricevuti, si sia lasciata sopraffare da un turbinio venefico fatto di droga e alcol? Agli ascoltatori rimangono, così, due capolavori e tonnellate di carta di tabloid dove venivano annotate tutte le avventure extramusicali della soul woman più dannata del ventunesimo secolo.





































