“Vasco Brondi non è il mio idolo”: I Cani @ Hiroshima Mon Amour

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Pubblicato il 2012/01/24 da

Più duri, divertenti, sempre veloci. In quaranta minuti di live, I Cani hanno infiammato la platea dell’Hiroshima Mon Amour, portando sulla scena l’acclamato “Il sorprendente album d’esordio dei Cani”. Inevitabile il clima da pogo e da inno generazionale, che si è scatenata sulle note di “Velleità” e “Le Coppie”, mentre qualche problema tecnico tentava di rovinare la festa della gioventù più occhialuta di Torino. Non mancano gli ammiccamenti a Vampire Weekend ed alla cultura elettronica, ma I Cani ci hanno raccontato che essere italiani (ma sì, romani) non impedisce la nascita di progetti freschi e interessanti, alla pari con i talenti di Pitchfork. Tra i complimenti a fine serata, mentre ci interrogavamo a quale “hype” li avrebbe catapultati un’ipotetica estrazione newyorkese, abbiamo raggiunto il cantante Niccolò Contessa. Intervista a cura di Giorgio Albano.

Ciao Niccolò. Ci racconti quali sono le influenze che agiscono sulla musica de I Cani?
È difficile: Nirvana, Pixies, Blonde Redhead e tutto l’indie americano, sicuramente. Mi son formato con quella scuola, oltre che con Max Gazzè, e credo si senta nei nostri pezzi.

Per quanto riguarda elettronica? Nei vostri pezzi è molto forte l’impronta dei sintetizzatori..
Mi piace molto quella francese, Daft Punk e Justice in primis. Forse non avrò gusti raffinati, ma sopratutto i Justice credo siano dei geni.

Domanda obbligata: Roma è parte del vostro mondo musicale?
Non mi influenza molto la musica di Roma, le influenze da quel lato non mi interessano. Mi piace però raccontare le storie della città in cui ho sempre vissuto, mi viene naturale e mi piace farlo.

Come state vivendo il successo di questi tempi?
Malissimo.

Per esempio perchè siete costretti ad interviste come questa?
(ride) Sì! Vedi, in Italia aver successo è un casino, perchè tutti amano gli intrighi e le dietrologie. Se arrivi alla notorietà, al mainstream, tutti penseranno che li hai presi per il culo e che non sei più “vero”. Temo che ad un certo punto Radio Deejay decida che Le Coppie è un pezzo figo, perchè a quel punto sembrererebbe che l’abbia scritta con il solo scopo di farla trasmettere per radio. Cosa che sarebbe falsa, anche perchè non mi ritengo un autore/musicista tanto bravo da meritare l’attenzione nazionale.

Ci racconti della copertina dell’album? Qual è il significato dietro alla fotografia?
Voleva essere un richiamo, come tutto il disco. Questa è un interpretazione che esprimo adesso, qui con voi: il nostro disco è un ritratto duro dell’adolescenza, di come sia difficile avere venti anni. Adesso come prima, non volevo che passasse il concetto per cui ora essere adolescenti sia più difficile di prima. Anche se, tra social network e tutto il resto, in fondo lo credo anch’io.

In che rapporti sei con il Vasco Brondi che citi in Velleità?
Ecco, per me ci sono gli artisti che hanno successo e quelli che mi comunicano qualcosa, ma le due cose non si escludono per forza. Nel caso di Vasco Brondi, a me non comunica molto (abbiamo avuto vite diverse, credo), ma capisco perchè trovi un successo così ampio. Già solo perchè ha un suo vocabolario, è un artista definito.

Come è nata il vostro look originario, con tanto di sacchetti di cartone in testa?
Sapete, io da bambino ero quello che faceva un disegno e subito lo portava da tutti per sapere cosa ne pensassero. Son sempre stato così, solo che da piccolo volevo solo farmi dire “bravo” a tutti costi, poi però si cresce. È inutile girarci intorno, i miei pezzi li ho scritti in cameretta, non sono chissà quale genio, per cui con un pò di astuzia in più ho smesso di forzare gli altri a dirmi “bravo”. Per esempio, nel grande dibattito che si era creato sui primi pezzi che abbiamo pubblicato, ho preferito non esprimermi per mesi e lasciare che fosse il pubblico a decidere. Quindi l’idea dei sacchetti era un pò collegata a quella di un certo anonimato, dove non siamo noi come persone ad esprimerci ma è la nostra musica a comunicare per noi.

I vostri progetti futuri? Cosa bolle in pentola?
Tantissime, forse troppe idee. Per tornare alla domanda, ora sono in una situazione particolare, ho mille idee che mi ronzano per la testa ma più della metà non mi piacciono! Che sia colpa del gran parlare che si fa di noi, o chissà cosa, non lo so, mi limito ad accumularle ed aspettare che ne venga fuori qualcosa di buono


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Matteo Monaco
Matteo Monaco

Direttore. Scrive per Però Torino e Ondarock. Appassionato di rock ed elettronica.

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