Traffic Free Festival 2012: Londra chiama, Torino risponde
Si è chiusa sabato la nona edizione del Traffic Free Festival, un’istituzione ormai per il pubblico giovanile residente a Torino ma con occhi ed orecchie ben puntati verso la grande musica internazionale. Una kermesse di respiro e credibilità europei (dopo la parentesi autarchica in occasione del Centocinquantesimo dello scorso anno) che quest’anno rischiava seriamente di chiudere i battenti data la “risicata” concessione di fondi pubblici destinata alla manifestazione (in aperta polemica con i grossi finanziamenti destinati al Torino Jazz Festival il mese scorso).
Si temeva il peggio, ma il Traffic (pur dovendo rinunciare ad una giornata) ha saputo mettere in piedi un line up gustosa ed intelligente: l’inflazionato tema “London Calling” è stato rimaneggiato in un’ottica che dà lustro alla nostra città, approdando a quella che sempre più vogliamo definire, nel mezzo di un vero e proprio Rinascimento culturale per il capoluogo Piemontese, Torino Calling.
Sottilmente eterogeneo, in bilico tra un indie-rock che strizza l’occhio all’elettronica ed un’elettronica che mira a svincolarsi dal semplice dancefloor per arrivare ad anime rock, il cartellone del Traffic 2012 autoproclama la ricerca di un mood “mutante”, alla costante ricerca dell’aggiornamento di se stesso, capace di porsi in maniera dialettica sull’asse Torino-Londra.
E ci riesce bene, raccogliendo un boom di presenze: circa 100.000 spettatori divisi tra Piazza san Carlo, Molodiciotto (Murazzi), Circolo dei Lettori (delizioso l’intervento di Savage sulla sottocultura britannica) e BlahBlah (qui la nostra analisi della rassegna cinematografica british oriented avvenuta nel club di Via Po). Tante le performance memorabili. Noi c’eravamo: tutte le sere, dispersi tra le varie location. Ecco il focus on OUTsiders.
DAY #1
Filo diretto Londra/Torino subito coadiuvato dal primo artista di questa line up “mutante”: è proprio nel capoluogo piemontese ed in particolare sui dancefloor infuocati di giurisdizione SRLY, una delle label più innovative del panorama nazionale (che dimostra di poter dire la sua anche nei prestigiosi parterre elettronici d’oltremanica) che il venticinquenne britannico Mohko ha proposto per la prima volta live i suoi pezzi, capaci di coniugare un sentire post-dubstep con un’anarchia metropolitana nebulosa, quasi dark. Il suo intento pare essere quello di evocare fantasmi: un club popolato di spettri, un po’ come Mohko stesso, che cede all’ormai (per la verità) abusata formula “dell’uomo invisibile”, rimanendo entità senza identità, vera e propria ombra dietro la console (dal palco vediamo solo la sagoma del dj riflessa su di un telo).
Ecco che allora diventano interessanti i visuals: aerei che precipitano sotto cannonate dubstep, molotov e bombardamenti, interferenze di segnale radio, schegge fugaci di un’umanità autodistruttiva. Peccato per le continue interruzioni (sono una provocazione?) che il dj si “concede”: che voglia approdare ad una performance volutamente urticante?
Messi da parte i frammenti oscuri di Mohko è la volta degli Iori’s Eyes: milanesi stavolta, ma decisamente imbarcati su di una nava fantasma in direzione Bristol. C’è indubbiamente il trip hop nel background del trio portato alla luce da Federico Dragogna dei Ministri (anche loro di Milano) e prodotto da una frangia Warp-oriented della Tempesta Dischi (il pensiero va a quel “Black Rainbow” che ha consacrato gli Aucan lo scorso anno). Più Portishead che Massive Attack abbozzando confronti (per ora) ancora improponibili, più James Blake che Tricky: la voce di Clod è quella di un angelo sotto acidi, ostica all’ascolto prolungato, sicuramente impeccabile nella resa dal vivo. Smorzano un po’ chi pretendeva solo danze sfrenate, sono narcolettici o soporiferi a seconda dei gusti (la varietà è il bello dei festival in fondo): il loro sono sogni (o incubi?) che trovano humus del Mucchio Selvaggio e provano a far breccia in territorio nostrano.
Diciamolo subito: Tim Exile fa il tamarro al Molodiciotto, ma lo fa parecchio bene. In rappresentanza delle milizie Warp, il dj fa quello che sa fare meglio: intrattenere brillantemente il pubblico. Per molti aspetti siamo lontani dalle raffinatezze introverse dell’idm (intelligent dance music, ndr): Tim è il fabbricante di loop della porta accanto, che si dirige verso il pubblico per campionare le parole sconnesse che la prima fila urla al suo microfono e poi trasformarle in sneakers che oscillano sul pavimento. Si poga addirittura. E quando Exile chiede al pubblico -“Che cosa volete?”- Torino legifera ovviamente in favore della dubstep, unica vera tendenza mondiale a fronteggiare i fasti del rap.
Si chiude con un salone straripante ed una coda consistente rimasta fuori “a respirare il fiume” dato l’eccessivo sovraffollamento, la prima serata del Traffic, forse quella più spiccatamente elettronica della tre-giorni.

DAY #2
“Hipsteria portami via” per la seconda serata targata Traffic: baricentro spostato verso un indie-rock dall’afflato internazionale, capace di coniugare il meglio del sentire outsiders british-oriented (sì insomma non siamo propriamente dalle parti del brit-pop bensì sul versante Joy Division) con l’elettronica più dimessa e lontana dagli stereotipi.
Batte sicuramente un cuore post punk nell’adolescenza (appena conclusa, data l’età media intorno ai vent’anni) dei Foxhound, che dimostrano tuttavia di aver assimilato in maniera matura gli idiomi di quell’Inghilterra dagli occhi spenti ma dall’animo impetuoso che fu portavoce dell’altra faccia degli Ottanta. Pulsa il sound dei Foxhound e sputa riff e giri di basso con naturalezza ed incisività: è vivace e sornione quando non lascia spazio ad una malinconia estiva di fondo. Azzardano suite strumentali dal retrogusto tribale non perdendo mai di vista la melodia, riuscendo a dispiegare nel contempo quei ritornelli pop-olari che ce li farebbero piacere anche in spiaggia. Intanto, nella loro città, i Foxhound tirano su un live compatto e godibile: non parlano molto, anzi per niente, ma suonano decisamente bene. Si chiude col carosello funky-garage di Movin’ Back che ronza imperterrito in testa: ebbene sì, “Concordia” convince anche dal vivo. Sorvegliati speciali dalle milizie OUTsiders ai piedi della Mole: se i Foxhound fanno (così bene) la parte dei primi della classe, ci aspettiamo traguardi sempre maggiori.
Terreno ottimamente spianato per l’unica, attesissima, data nazionale degli The XX, (il duo inglese che ha fatto innamorare mezzo mondo con l’omonimo album del 2009) che trascinano nel “salotto buono” di Torino una odience che si aggira intorno alle 40.000 anime: glaciale e introverso/introspettivo come solo certa new wave sapeva essere, il quartetto londinese regala una performance da brividi, nonostante l’aura totalmente distaccata che li avvolge. Qui non si parla, non si fa entertenment, non si cercano consensi né applausi: qui si canta l’Apocalisse come se fosse già avvenuta da un pezzo, lasciando dietro di sé il Nulla. Dapprima l’audio pare un po’ deficitario, poi, con lo scorrere dei pezzi, il sussurrare etereo di Romy Madley Croft si fa sempre più palpabile e soprattutto il basso lapidario di Oliver Sim si insinua come un picchetto nelle viscere, rimbombando cavernoso tra stomaco ed orecchie. Estatici senza essere tribali, noise senza eccedere in distorsioni chitarristiche, pop senza ricercare la melodia a tutti i costi, romantici senza alcun sorrisetto stampato in volto: gli XX sono così, prendere o lasciare. Riescono nell’impresa di riempire il “catino” di piazza San Carlo, avvolgendo con note tragiche e dolci la platea, che in larghi tratti è parsa in stato di adorante silenzio. Forse è proprio il silenzio la chiave di lettura del live di The XX. Spesso irreale, come durante gli accordi di Shelter e prima di una rallentatissima Crystalized, sempre inequivocabile nell’affetto che esprime. Quando, verso il termine del live, la folla esplode in un lungo applauso e in un urlo unanime, perfino gli interpreti restano colpiti dal sospiro di una città emozionata. Tornate presto The XX, a Torino siete sempre i benvenuti.
Forse l’essenza di questo Traffic mutante, di questo Mondo mutante, può, per quest’anno, racchiudersi in quell’art-work che tanto è apparso sulle riviste musicali specializzate accanto a recensioni dai voti esorbitanti: si tratta della copertina del disco omonimo di James Blake, un volto sfocato circondato da un alone bluastro, contorni mossi come se la figura ancorata alla sua posizione nel mondo volesse muoversi verso molteplici direzioni, senza apparentemente riuscirci. Ed è forse questa la chiave per interpretare una generazione senza punti di riferimento, costretta ad ampliare vertiginosamente i propri orizzonti, trovando un proprio Nirvana nella contaminazione, in un “mutevole” non per questo meno incisivo. E’ quello che prova a fare James Blake, alieno della dubstep, in senso metaforico ma anche letterale: Blake approda al mondo dubstep in maniera decisamente poco ortodossa e con l’approccio che potrebbe avere un folk-man d’altri tempi. Fonde folk, soul ed elettronica in un brodo primordiale in continuo rimescolamento. Spiace un po’ infatti, vederlo al Traffic solo in dj set: dietro alla consolle viene ovviamente messa da parte la vocalità stralunata per lasciar spazio alle danze ma il risultato è comunque piacevole. C’è spazio però per ottimi inserti soul (una costante nel mood di Blake) e r’n’b’ (una cover “spaziale” di Soldiers delle Destiny’s Child!). Chino sui piatti con la sua camicina di jeans e quell’aria da bravo ragazzo, James Blake appare e scompare (dopo una lunghissima e convincente performance a dire il vero), senza quasi dire una parola. La speranza è quella vi vederlo presto tornare in Italia.

Nel frattempo, tutti al Molodiciotto per il dj set di Baio, bassista dei Vampire Weekend: selezione godibile e tiratissima, lontana però dall’ecletticità che ci aspettavamo dal demiurgo del sound della band londinese. Poche le contaminazioni (dov’è l’Africa Calling dal retrogusto pop-futurista?), tanto il divertimento.
DAY #3
Ultimo giro di giostra per il Traffic in un sabato sera in cui i san pietrini di Piazza San Carlo sono destinati a fare la parte del grande parco londinese invaso dall’elettronica. Warm-up ancora in connessione remota con l’indie rock per gli italiani Drink to me: primo cocktail di serata 1/3 elettronica (sempre le porte ri-aperte dagli Aucan), 1/3 split Animal Collective/Flaming Lips acerbi, 1/3 tribalismi LCD sound system-iani.
Come ogni festival, puntuale arriva la gradita sorpresa: non che nutrissimo particolari dubbi sui Mount Kimbie, dopo un disco-bomba come “Crooks & Lovers”, ma le sfaccettature del sound live del duo londinese, cui spettava il difficile compito di spianare la strada ai riempi-pista Orbital, evidenziano ancora una volta le vie infinite che partono in direzione elettronica da London City. La chiamano post-dubstep ma, ovviamente, loro rifiutano la definizione: Dom e Kay ricamano un patchwork che riesce ottimamente a destreggiarsi tra intellettualismi e momenti più bonariamente dance-oriented. C’è la dubstep chiaramente, ma anche il trip hop si fa strada sottopelle, tutto condito da interferenze glitch. Addirittura c’è la chitarra, sbilenca ed improbabile nel suo ricercare un sentire folktronico. Stuzzicherie per piedi e cervello dunque, che quasi perdono un po’ in un contesto di grande piazza: vogliamo rivedere i Mount Kimbie nel basement oscuro ed affollato di un club!
Era il lontano 1997 quando gli Orbital parcheggiarono per la prima ed unica volta la loro astronave a Torino, per un concerto che in quegli anni incarnava una delle massime espressioni dalla british invasion elettronica della generazione post-Trainspotting. La parte del leone, in quel contesto, era della techno. Gli Orbital sdoganarono le vertiginose trance elettroniche al grande pubblico, fondendo istanze pop con loop senza fine, approdando a degli show “totali” godibili anche ai profani per via della incredibile commistione tra scenografia e dancefloor. Volendo azzardare molto, l’operazione ricorda una versione Anni Zero di quello che i Pink Floyd provarono a fare con i concerti rock e che sembra essere la via sempre più percorsa dall’elettronica moderna. Lo show torinese degli Orbital è di fatti mirabolante sotto tutti i punti di vista: piazza San Carlo è invasa da una ragnatela di luci che si propagano dal palco fin sotto i portici, sei monitor on stage trasmettono visuals diversi per ogni canzone. Alla consolle, in questo delirio di neon e fumi, due folletti elettronici incitano costantemente il pubblico: soliti occhiali da “minatori elettronici” con le lampadine sul capo, che nell’oscurità diventano due brillanti occhi alieni. Ebbene sì, gli Orbital non si fermano un secondo, piazzando picconate electro dalla presa immediata. Impossibile discernere tutte le tracce eseguite nel caos danzereccio del parterre (segnaliamo solo una clamorosa Beelzedub e la cover di Heaven is a place on earth!). Totalizzanti.

L’augurio è davvero quello di ritrovarci il prossimo anno, a cantare e danzare ascoltando buona musica, magari ancora meravigliosamente gratis. E scrivere il report del decennale Traffic.
Hanno collaborato: Lorenzo Giannetti, Matteo Monaco












