TJF: focus OUTsiders sulla prima edizione del Torino Jazz Festival

Pubblicato il 2012/05/05 da

Torino si tinge di jazz in occasione della prima (e speriamo di una lunga serie) edizione del Torino Jazz Festival: una rassegna di alto profilo, di grandi proporzioni e grandi finanziamenti (con relative polemiche-contestazioni), aperta alle contaminazioni di un genere sempre meno etichettabile e circoscrivibile, che porta con sé un bagaglio storico di valore assoluto ed una serie di suggestioni tutte nuove e tese all’avanguardia. Line up eterogenea, in bilico tra modernità e tradizione, in un’unica grande cittadella del jazz, vitale dal tardo pomeriggio nelle piazze per poi adagiarsi lungo il fiume a notte fonda. OUTsiders ovviamente ha sguinzagliato i propri reporter dalle orecchie attente nel gioioso marasma di questa fiumana sincopata. Impossibile seguire tutti gli eventi, molti in contemporanea tra centro storico e Murazzi, tra main stage e Fringe: lo spirito è quello di muoversi liberamente alla ricerca del sentire più congeniale, unicamente seguendo il flusso delle note. Ecco dove il TJF ci ha portato.

Il battesimo di questa grande festa in jazz è affidato a coloro che la Torino città jazz l’hanno vista crescere e prosperare fino a questo importante evento, i veterani, o meglio i senatori del jazz italiano (come li ha definiti Dario Salvatori): dietro l’anglofono moniker dal sapore cubano, Buena Vista Italian Jazz, risiedono alcuni dei personaggi che hanno fatto la storia del jazz del Bel Paese. Franco Cerri (per anni chitarrista ufficiale in RAI) e Renato Sellani (eccezionale pianista dal garbo d’altri tempi) sono le colonne portanti di un ensamble “stellare” completato da Dino Piana, Luciano Milanesi e Gianni Cazzola. Dopo un accorato ricordo dell’amico-collega Gianni Basso (fondatore della Torino Jazz Orchestra e del Jazz Club) il quintetto proietta il pubblico in quell’universo perfetto che per loro è divenuto habitat naturale. Fresche ed eteree le esecuzioni che invadono Piazzale Fusi (emoziona il solo pianistico di Sellani che ripropone Alfie, “forse il migliore pezzo di Bart Bacharach che mi chiedeva spesso di eseguire Gianni Basso”), squisiti i siparietti di questi “giovani dentro” (risate e applausi per la storiella in cui Sellani non sa se abbandonare gli amici “delle carte”: “chi fa il quarto a scopa se vado a suonare a Torino?”) che fanno capire anche ai più giovani cosa voglia dire vivere la vita con un certo swing.

E’ tempo di guardare fuori dai confini nazionali e dare il via alla prima delle grandi ospitate internazionali di questo TJF: piazza Castello accoglie gli Yellowjackets, combo dalla carriera trentennale fondato alla fine degli anni Settanta dal pianista-tastierista Russel Ferrante. Accanto a lui un ensamble di prim’ordine: Bob Franceschini al sax, Will Kennedy alle percussioni e “il figlio della leggenda” (come lo introduce il presentatore Fabio Giudice elogiando sua maestà Jaco Pastorius) Felix Pastorius. Il live è di quelli che rapiscono dalla prima all’ultima nota, un incantesimo che rapisce la piazza senza che alla fine si riesca a ricordare l’inizio e la fine di questa magia. Le sonorità tipicamente fusion si dilatano in un live di altissimo livello e lunghissima durata (c’è il bis e addirittura il tris!). Sognanti ma non stanchi, è tempo di spostarsi ai Murazzi, dove i canglori dell’elettronica animano la seconda parte di serata.

Il soleggiato pomeriggio di sabato 28 è illuminato anche dalla radiosa performance di Ahmad Jamal, reduce dalla pubblicazione del recente Blue Moon. Il pianista, considerato uno degli autori più significativi per il piano jazz moderno, capace di superare il bebop di Bud Powell, sale sul palco di piazzale Valdo Fusi in forma smagliante, salutato da un pubblico di dimensioni enormi, soprattutto se si tiene conto che il suo è un genere è molto ricercato, il suo stile unico, e di sicuro si prestano molto meno all’ascolto da parte di un pubblico non esperto, rispetto ai più facili concerti swing proposti da altri locali. Tuttavia lo scopo di un festival non è solo quello di far incontrare gli appassionati, ma anche di crearne di nuovi: i numerosi spettatori, di cui molti semplicemente curiosi, gradiscono a pieno la performance, applaudono e battono il tempo sulle note delle meditazioni pianistiche di Ahmad Jamal, supportato da contrabbasso, batteria e percussioni.

La sera è la volta di Dionne Warwick, eccezionale cantante soul che merita di essere paragonata a stelle del calibro di Aretha Franklin e della recentemente scomparsa Whitney Houston. Quando Dionne sale sul palco con il suo turbante rosa, il pubblico resta come incantato da una voce che sembra non essere stata toccata dagli anni, splendida e puntuale come sempre, forse con un po’di vigore in meno. A penalizzare il concerto non è tanto la prestazione che è comunque impeccabile, ma piuttosto la durata, troppo breve per soddisfare un pubblico rumoroso che invano continua a chiedere un bis che non arriva, con palese imbarazzo da parte dei presentatori della serata che non possono fare altro che presentare gli altri eventi previsti per la serata.

Storie, tradizioni, gesti e dialetti si intersecano e contaminano nella musica di Ray Gelato, crooner di fama mondiale capace di coniugare le raffinatezze del grande jazz con le scorribande orecchiabili dello swing, le danze sgangherate del rock’n’roll e l’attitudine pop del cabaret. Italo-americano di origini napoletane, accompagnato dalla sua fedele Giant Orchestra, il sassofonista-cantante è un ciclone nazional-popolare capace di smuovere persino il canonicamente ingessato odience seduto sotto al palco fino a trascinare buona parte del pubblico in sfrenate danze sul parterre (e in piazza). Tutti a ballare sotto il cielo di Torino dunque! E come resistere alla miscela swing, mambo e melodie popolari di questo “Boban Markovic di Little Italy”? Il grido “Torerò Olè” risveglia caroselli partenopei, una versione di “In cerca di te” ci ricorda le ottime posizioni in classifica raggiunte da Simona Molinari col medesimo pezzo, azzeccata infine la chiusura con l’evergreen “Vieni via con me” del nostro cantautore-jazz Paolo Conte. Alla fine si schioccano le dita e si canticchia in italiano maccheronico, col sorriso sulle labbra.

Forse un po’ di risentimento per alcune critiche rivolte alla line up del Festival, porta l’organizzatore Dario Salvatori a sottolineare (giustamente) più volte l’arrivo sul palco “del più grande batterista jazz-rock al mondo, colui che ha ridisegnato le linee di batteria jazz così come le impariamo oggi”. Compositore panamense di fama mondiale, Billy Cobham ha davvero rivoluzionato le partiture jazz passando con disinvoltura dalla fusion al rock. Se il perno della performance rimangono le pelli sapientemente percosse da Cobham, di altissimo livello è l’apporto dei musicisti che vanno a comporre il sestetto. Spiccano gli orpelli prog delle due tastiere di Cravero e Naceur e gli assoli psichedelici della chitarra di Ecay, declinati entrambi con uno spirito world music. Il metronomo nel cervello di Cobham, dietro la sua canonica bandana-fascia in testa, non sbaglia un colpo. Dopo un affettuoso saluto, svariati elogi al vino e al cibo italiano, in una mìse variopinta con tanto di scarpe giallo canarino, il mattatore di serata si dirige al banchetto dei cd dove si presta ad autografi e foto.

Come spesso accade in grandi festival strutturati in maniera capillare lungo una vasta area con eventi e concerti in contemporanea, ci si esalta alla visione dei big artist in cartellone, si gode dei main event in programma, ma è uno dei live outsider consumato su di un piccolo palco in disparte dalle folle oceaniche a restare nel cuore. Il Fringe Fest, fratello minore del TFJ, ha regalato performance dal valore artistico assoluto. All’Imbarchino, nella legnosa cabina sottocoperta che si adagia sulla riva del fiume, sul piccolo palchetto sormontato dalle travi consumate, accade una piccola magia. Non che gli Aljazzeera siano una sorpresa per OUTsiders, che li aveva già ammirati dal vivo qualche mese fa: in quella occasione era stato amore a prima vista e se per il TFJ, alle già indiscutibili forze in campo (il trio sax-contrabbasso-batteria formato da Pramotton-Marchesano-Stolfi) si unisce il canto sublime di Lamia Bedioui, il livello non può che innalzarsi ulteriormente. E’ proprio la voce dell’artista tunisina, capace di coniugare in maniera drammatica e personale il pathos della tradizione mediorientale con la ricerca di nuovi paradigmi vocali volti alla sperimentazione, a scuotere i remi sospesi sul basso soffitto, adagiandosi sui caldi (roventi!) ricami di sax, contrabbasso e percussioni. L’uno-due inziale di Syrah e Ducati 271 (nome preso in prestito dal modello di scarpa lanciata a Bush in una conferenza divenuta celebre per l’accaduto) disorienta per la sconvolgente intensità di sapori e suggestioni  ed il tradizional Cuando el rey nimrod fa definitivamente perdere la bussola. Siamo ancora sul Po, ci siamo spostati nelle acque del Nilo o stiamo galleggiando in un brodo primordiale di jazz e rock? I vocalizzi di Lamia avvolgono l’odience fondendosi in qualche frangente con gli strepitii d’un bimbo nelle prime file, col tintinnio lieve delle prime gocce di pioggia che stuzzicano la superficie del fiume. Si viaggia con la mente dagli affollati mercati di Tunisi alle sabbie più remote del Sahara. La meravigliosa Hey Het (risuonata anche nel bis invocato a gran voce) “è la canzone che ha fatto conoscere Lamia ed il gruppo”, racconta Donato Stolfi “un canto tradizionale libanese che ho ascoltato su youtube interpretato da Lamia, innamorandomi subito della sua versione”: parte con una serie di vocalizzi rarefatti, approda a più intricate litanie arabe per poi farsi narcolettica camminata jazz con l’arrivo della strumentazione. La tiratissima Jiaz (Lamia si fa da parte sedendosi tra il pubblico) è l’esempio di come questo trio riesca magistralmente a miscelare), l’etno-jazz più ipnotico (Mulatu Astatke), la sensualità elettrificata del rock dei Morphine, la psichedelia del deserto (Tinariwen), il magnetismo della world music, come dicono loro “dalle Alpi alle piramidi”. Semplicemente eccezionali.

“Un Festival che sta andando oltre ad ogni previsione…anche metereologica!”: ha ragione (almeno fino al tempestoso 1 maggio) Dario Salvatori riferendosi ad un tempo sempre in bilico verso il peggio ma tutto sommato godibile (anche di sera). Le nubi però avevano graziato il TFJ troppo a lungo: ecco che dopo aver mantenuto indenne il main event di piazzale Fusi (il grande tributo a Lionel Hampton) e mentre il fringe lungo la chiatta jazz del Po iniziava ad animarsi, la pioggia mina inesorabilmente l’inizio di serata. Ma è un nubifragio primaverile che si risolve nel giro di un’oretta, per poi diradarsi in una pioggerellina tenue ma ininterrotta sulle note felpate del pianoforte di Carla Bley che porta un po’ di lampi bee bop in una piazza Castello chiaramente dimezzata ma comunque presente in buon numero al live della celebre pianista californiana. Una lunga jam session informale (repertorio leggermente modificato rispetto alle prove  a causa dell’interruzione iniziale dovuta al maltempo) che rievoca in particolare la libertà di Duke Ellington e i grandi classici del bee pop. L’augurio finale è quello di rivedere la Bley anche il prossimo anno con le sue note ad irradiarsi in un cielo azzurro.

Quando si organizza un festival all’aperto si è sempre preparati al peggio, si mette in conto il volubile giudizio delle nubi e le sue conseguenze sull’evento, ma l’amarezza regna comunque sovrana alla vista di piazza Castello al culmine di questo grande TFJ: la Grande Festa Jazz del 1 maggio, gran finale della manifestazione, è scandita dalle precipitazioni copiose che attanagliano la città dalle prime ore del pomeriggio. Dispiace davvero vedere la scoppiettante Swinging Storm di Claudio “Greg” Gregori, on stage dopo il benjo dal sapore jazz di Lino Patruno, non poter far scatenare a tempo di boogie-swing l’intera piazza in una bella giornata primaverile! I sette romani dal nome programmatico, capitanati  dall’istrionico Claudio Gregori in arte Greg (noto ai più per la sua attività radiofonica e televisiva) sono davvero degli swingers d’eccezione: Greg sa il fatto suo con la chitarra e dalla sua bocca escono storie, battute (“Voi direte: siete qui perchè lo swing è il genre più affine al jazz. Esat…No, siamo qui perchè ci hanno pagato!”) e un canto molto “ignorante” (da “gangsta italo-ammmericano”) che piace a tutto il pubblico, per niente intimorito dall’ostinata pioggia. Tutti insieme formano un grande gruppo, unito da una amicizia ventennale: sono davvero contagiosi, e si permettono anche qualche cover d’eccezione (azzeccatissima Peter Gunn Theme, tratto dai Blues Brothers, anche perchè il trombettista Mario “Rollo” Caporilli ha quel qualcosa di John Belushi). Il pubblico comunque non restiste alla tentazione del ballo, agita gli ombrelli e si scatena: benedetto swing!

Un festival jazz ricco di contaminazioni e suggestioni diverse questo TJF: le divagazioni gitane del Rosenberg Trio sono uno squisito esempio di virtuosismo tecnico al servizio della melodia popolare. Il Trio olandese col cuore in direzione Est Europa, formato dalla chitarra solista di Stochelo (magistrale nel pizzicare corde in maniera così vivace), l’accompagnamento ritmico di Nous’che (prezioso nel ritagliarsi spazi armonici riconoscibile ad un orecchio allenato) ed il bassista  Nonnie (contraltare più spiccatamente jazzistico del combo), offre la canonica miscela di melodie gipsy e leimotiv jazz-swing, in una performance molto varia e aperta a contaminazioni. Dalla bossa al pop della cover di Sting, fino all’omaggio a Morricone col main theme del Padrino (“ecco una canzone che dovreste conoscere” dice l’ospite Eddie C, cantante e percussionista per l’occasione). Grande affiatamento ed ampio spazio lasciato anche ai musicisti “aggiunti” all’ensamble: briosi gli assoli di violino dal mood balcanico di Van Hemert, spumeggianti le foliè al pianoforte di Pietre Beets.

La pioggia è incessante ma ancora sopportabile quando sul palco sale una delle nuove reginette del pop-jazz italiano: reduce da una buona partecipazione al festival di Sanremo, macchiata (e finita alle cronache) indecorosamente per l’imbarazzante performance con il pessimo Shaggy, Chiara Civello sta in realtà confermando un talento vocale-strumentale-compositivo di notevole caratura. La vocalità vellutata della cantante, abile anche al pianoforte e alla chitarra, è una sicurezza e le fa affrontare il live in assoluta scioltezza: accompagnata in questo TJF dallo straordinario Fabrizio Bosso alla tromba, che moltiplica quel sentire jazz cui gli ascoltatori non vogliono rinunciare, la giovane, avvolta in un luccicante abito nero, offre un’ottima performance capace di coniugare in maniera convincente raffinatezza jazz e velleità pop, pur lasciando intravedere una direzione (forse troppo) orientata al radiofonico. I puristi prendano nota.

Puristi e semplici curiosi, sono peraltro accomunati dal triste epilogo di serata, che avviene proprio nel momento clou della manifestazione: l’arrivo on stage del Danish Trio formato dal pianista Stefano Bollani, accompagnato a contrabbasso e batteria da Jesper Bodilsen e Morten Lund. Giusto il tempo di godere di due suite quasi free jazz, di ammirare Bollani contorcersi sul suo pianoforte, strimpellare note acute con la scarpe esaltando l’odience che la batteria di Lund inizia ad essere raggiunta dalla pioggia sempre più copiosa. L’acqua arriva praticamente a sfiorare i tasti di Bollani, il trio prosegue finche può ma poi la situazione si fa insostenibile e salvo l’euforia collettiva di qualche danzatore della pioggia, la piazza si disperde sotto i portici, attendendo invano un ritorno sul palco che non ci sarà.
Si conclude nel peggiore dei modi dunque (esibizione interrotta per l’attesissimo Bollani e nessuna possibilità di salire sul palco l’altrettanto amato Peppe Servillo) la prima edizione di un festival che sulla carta non aveva nulla da invidiare all’Umbria in primis, ma che in futuro potrebbe dire la sua anche a livello internazionale. Raggiungendo un flusso complessivo di circa 100.000 spettatori, radunato nelle varie vie-piazze del jazz (rinominate per l’occasione omaggiando i grandi maestri di tutti i tempi), il TFJ, nonostante le (in parte giustificate?) polemiche per soldi spesi in ambito culturale, contribuisce all’ascesa della città di Torino, sempre più “capitale della musica” (lo ha detto ai nostri microfoni anche Eugenio Finardi nell’intervista realizzata il mese scorso).
Risultato soddisfacente anche per la rassegna cinematografica “All That Jazz” realizzata in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema (ed anche in settore Torino può sempre più dire la sua). Circa mille e duecento persone hanno scelto di vedere i film in cartellone, magari convinti anche dal minaccioso mal tempo che poneva un’incognita su ogni serata.

E poi ancora aperitivi swing al Jazz Club, tour bus nel centro storico della città, le dotte “Pagine di jazz” al Circolo dei Lettori, jam sessions in pieno stile newyorkese, i suggestivi solo on the river, gli originali manifesti di Isidri Ferrer affissi al Quadrilatero, le mostre fotografiche, il teatro nel segno di Allen Ginsberg, la danza contemporanea di Rossi-Palmizi, e poi la tecnica, l’improvvisazione, il fiume , i portici, gli ombrelli, le polemiche, la musica, la fantasia.

Tanto, e tutto, a tempo di jazz.

 

 

A cura di: Lorenzo Giannetti (responsabile), Eugenio Goria, Edoardo D’amato, Mario Cascino


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