moMbu (14 gennaio – Torino, Blah Blah)
Una caverna tetra, pareti sdrucciolevoli ricoperte da pittogrammi preistorici (la testimonianza della bestiale potenza del mammut nei confronti del cacciatore), il battito primordiale dell’Africa nera in tutta la sua lussureggiante ed indomabile carica emotiva, le viscere della Terra scosse da torrenziali flussi magmatici: ecco come si configura, pressappoco, l’arrivo on stage dei moMbu sul palco del Blah Blah.
Era da giugno che il terremoto afro-core non scuoteva il suolo torinese, da quel NOfest in cui l’ultima creatura di Antonio Zitarelli e Luca T.Mai iniziava l’incredibile parabola che ha portato l’omonimo disco d’esordio del duo ad essere uno dei più apprezzati dalla critica (e dalla, speriamo sempre crescente, nicchia musicale avvezza alle sonorità in questione). Musica che su disco ipnotizza, dal vivo sconvolge.
Tenuta total black, stazza imponente e barba fuori dall’ordinario per entrambi, maglietta dei Buffalo Grillz per T.Mai a sottolineare che questo –core pulsa inevitabilmente di battiti grind.
E’ subito battaglia: le Storm, Orichas e Rada si susseguono senza lasciar scampo alcuno. Le vampate del sax squarciano l’aria, regalando spiragli di melodia à la John Zorn perverso e puntando sulla reiterazione pachidermica offrono trip estatici in terre lontane. E’ però la furia cieca di Zitarelli dietro le pelli a prendere il sopravvento: ad inizio concerto vedo un piatto (quello più lontano dalla seduta del batterista) rotto, come azzannato da una iena inferocita e a live iniziato basta poco per capire che è un miracolo che la batteria rimanga in piedi concerto dopo concerto, data il forsennato drumming cui la sottopone la ritmica moMbu. C’è una macchina da guerra infatti, a coadiuvare i singhiozzi del sassofono: i frutti dell’iter di percussionismo tribale vengono alla luce con una potenza inaudita, le schegge di bacchette arrivano letteralmente (!) in pasto al pubblico o giacciono devastate e sostituite ai piedi della batteria. Qualche problema tecnico non scalfisce neanche lontanamente l’indole degli sciamani voodoom.
Momento curioso quando T.Mai suona la mbira, un particolare strumento d’origine africana conosciuto anche come “kalimba” (letteralmente “zucca”, data la forma rotondeggiante e smussata nonché la coloratura spesso tendente all’arancione) che pizzicato con le dita (e riverberato in un tripudio di loop dai nostri) produce un tintinnio dal sapore esotico ed esoterico.
Stutterer Ancestor, Regla de Ocha, Ten Harppon’s Ritual: portano a termine un rito pagano fatto di suggestione nel quale il jazz (sottopelle) ricama intrecci cervelletoci ed il grindcore scuote i muscoli. L’accademismo scompare, destrutturato e violentato, rimanendo però certamente sedimentato nei pertugi più remoti delle coscienze di due signori musicisti, che danno vita ad una creatura che pare dominata da forze ancestrali, ataviche, superiori. Creatura infante peraltro, ancora al primo atto d’una idea (l’unione dell’universo Zu più ostico ed inesplorato, diciamo, con un mood africaneggiante) ampiamente sviluppabile. Una creatura oscura e meravigliosa.

Riproponiamo anche un live tratto dal recente “Sardinian Tour” portato a termine con successo dai moMbu in terra sarda:














