“London Calling”, la rassegna cinematografica del Traffic Free Festival
Mentre per il centro di Torino imperversa l’elettronica made in UK, in occasione di questa nona edizione del Traffic Free Fest, Londra “chiama” anche al cinema: la rassegna marcata (forse troppo facilmente) London Calling da giovedì 7 a domenica 10 ha proposto al Blah Blah di Torino alcuni tra i migliori cult del cinema britannico. Unico denominatore comune? La capitale inglese. Ma non quella delle cabine telefoniche scarlatte, dei parchi tirati a lucido o delle banche, bensì la grigia e controversa Londra dei bassifondi e degli individui che li abitano. La rassegna punta il mirino sulla realtà popolare e le giganti contraddizioni di una città troppo spesso mitizzata a icona di lusso e benessere europeo. Sembra dire “guarda meglio, guarda più in basso..” convincendo in fretta lo spettatore di non trovarsi solamente di fronte ad un esaltazione del cinema inglese. Tutto ciò in quattro giornate divise per tema, iniziando col botto di Lock & Stock di Guy Ritchie (1998) e Babylon di Franco Rosso (1980), i più violenti; la seconda giornata è tutta assorbita dal punk (doveroso) con il controverso Jubilee di Derek Jarmay (1978) e l’iconico Sid and Nancy di Alex Cox (1986); più respiro il terzo giorno tutto dark comedy, con Absolute Beginners (1986) di Julien Temple, il celebre punk video maker, e il dolce Breakfast on Pluto di Neil Jordan (2005); e per chiudere in bellezza, una domenica dedicata al dramma sociale più profondo, nel difficile Riff Raff di Ken Loach (1991) e l’ormai celeberrimo This is England di Sean Meadows (2006) con cui la rassegna si conclude. Scelta buona e giusta quella di andare per temi, ma è chiaro che dietro si cela un preciso percorso storico che fotografa una città in continua trasformazione da un’angolazione particolare e sotto una luce decisamente pessimista. A partire da Absolute Beginners, (rock musical di scarso successo, in realtà) che ben inquadra la Londra anni ’50, post guerra mondiale ma ancora pre-Beatles e Rolling Stones, nel clou della transizione della cultura pop dal jazz a quello che a breve sarà il rock primordiale. Nonostante il tessuto da commedia, trova già spazio un tema cardine di questa rassegna, l’odio, meglio se verso il diverso, cullato dalla famosissima colonna sonora di Gil Evans in cui la Absolute Beginners di David Bowie dà il titolo al film.

Non manca poi lo sguardo al luccichio multicolore anni ’60 e ’70, grazie ai dolci occhioni azzurri di Kitten (un bravissimo Cillian Murphy), il protagonista gay irlandese di Breakfast on Pluto, ambientato nell’Irlanda torchiata dall’occupazione inglese e dai moti indipendentisti dell’IRA. In tutto questo, il protagonista cerca di trovare un posto per sé e qualcuno che lo ami per quello che è, tacchi, unghie laccate e tutto il resto, per condividere il suo mondo fatto di tenere frivolezze. La mano delicata del regista Neil Jordan annulla i pregiudizi, grazie a un personaggio tenerissimo, impossibile da non amare. Soundtrack notevole: apre e chiude Sugar Baby Love dei The Rubettes.

Metà anni ’70, è tempo del lurido tornado punk: con Jubilee, il primo vero punk rock movie della storia, che attraverso l’espediente distopico, mette a nudo il degrado della società moderna e la sua inevitabile deriva.
La gang distruttiva tutta al femminile delle protagoniste grida la disillusione giovanile di un’Inghilterra senza regole, a tempo di punk rock duro e puro. Un affresco quanto mai veritiero della filosofia del movimento, senza il benché minimo tentativo risolutore: il punk è reazione, stile di vita, non ha una vera direzione. Come non ce l’aveva la coppia più scoppiata del mondo di Sid and Nancy, film con cui Alex Cox inquadra il lato più sfacciatamente nichilista del punk. Sid (un incredibile Gary Oldman) e Nancy si spinsero ben oltre i limiti, elevandosi tristemente ad icone “commerciali” del movimento punk, grazie all’eroina e alla loro relazione morbosa. “E’ l’amore che uccide, non la droga”.

La furia punk si spegne poi nel confuso grigiore tutto anni ’80, oppresso dalla severità Tatcheriana: con il cult Babylon di Franco Rosso, regista di origini italiane ma londinese convinto, arriva un ritratto nudo e crudo sulla realtà reggae che meno stereotipato non si può. Niente serafiche spiagge giamaicane, niente folle di rasta strafatti e felici, niente Bob Marley: la rivendicazione dell’identità giamaicana è minacciata da violenza e gretto razzismo, e accompagnata dai pezzi forti del reggae sound system anni ’80, quello di Aswad, Dennis Bovell e Yabby U. Mentre con Riff Raff il soggetto diventa la classe operaia al limite del proletariato, per cui la nuova politica anti sindacale portata avanti dalla Tatcher ha significato l’annientamento di un’esistenza dignitosa: forte e crudo, è il disagio di un gruppo di operai costretti ad ingoiare il proprio status quo, senza la possibilità di puntare in alto. Il Lock & Stock di Guy Ritchie (molto sul filone Trainspotting) mette invece in scena le vicende mirabolanti di un gruppo di giovani costretti ad arrampicarsi sugli specchi pur di tirare avanti; giovani che raccolgono palesemente l’eredità del gioiellino della rassegna, This is England, uno sguardo dolce/amaro alla terra della regina. Il protagonista è Shaun, un ragazzino di dodici anni orfano di padre (morto in battaglia nelle Falkland): più maturo per la tua età e quindi incompreso dai coetanei, trova sfogo in un gruppo moderato di giovani skinheads, che iniziandolo a dr martins, camicie a quadri e teste rasate diventeranno la sua nuova famiglia. Ma l’arrivo di Combo, appena uscito di prigione, cambierà le carte in tavola e spaccherà in due il gruppo, innescando una spirale fanatica e violenta. La paradossale degenerazione dell’anarchia giovanile nel più insensato fanatismo nazionalista è segno della natura sradicata della nuova generazione inglese, incapace di guardare a un futuro e di sentirsi parte di qualcosa di “vero”. E’ infatti così che si conclude il London Calling, col gesto deciso del piccolo Shaun che lancia la bandiera inglese nel mare, rassegnato a non credere più in nulla.












