Live Report: Red Hot Chili Peppers a Torino (PalaOlimpico, 10 dicembre)
Invecchiati, rinnovati, ma soprattutto, baffuti. Piaccia o no, sono questi i nuovi Red Hot Chili Peppers, intramontabili ed esagitati, ma senza lo smalto dei tempi migliori. L’ultimo album, I’m with you ha sicuramente solcato un segno indelebile, già tratteggiato dal precedente Stadium Arcadium. L’inclinazione al pop, l’abbandono del funky-metal degli esordi, e quello di Jack Frusciante. Tre buoni motivi che dovevano servire da monito per tutti i presenti, giunti eroicamente dalle regioni più sperdute del nostro paese per questa storica tappa. Sugli spalti e sotto il palco c’è un po’ di tutto, dalle ragazzine armate di magliette del gruppo a rispettabili padri di famiglia, passando per coppie di innamorati e lupi solitari.

Il cartellone segna le ore nove, l’orario annunciato per l’inizio del concerto, ma il fuso orario piemontese non rientra nella tempistica degli americani. Così, Kiedis e compagni si presentano sul palco con 40’ di ritardo ed il pubblico risponde con un caloroso boato. La salopette di Smith, i capelli azzurri di Flea ed i nuovi baffi di Anthony Kiedis materializzano la storica band sul palco, affiancata dal nuovo che avanza, quel Josh Klinghoffer con in mano la pesante eredità firmata Frusciante. Flea, immancabilmente a torso nudo, dimostra di non sentire il peso degli anni. Il suo basso colpisce diritto allo stomaco ed il suo dinamismo è un piacere per le donne presenti. La voce di Kiedis, nonostante gli anni e la vita fuori dalle regole, è sempre la stessa. Poeta travolgente, domina il palco con un certo distacco, mai veramente assorbito da luci e microfoni. Le nostre paure prendono forma dopo pochi istanti dall’inizio del concerto, al suono di Monarchy of roses, l’ultimo singolo estratto da I’m with you. Il pubblico risponde con grande entusiasmo, il gruppo li premia con un’acclamatissima Can’t Stop ed anche le nostre ansie svaniscono. La scaletta prosegue, dalle intramontabili Scar Tissue, Higher Ground e By The Way fino alla discussa The adventures of rain dance Maggie.

C’è spazio per percorrere buona parte della discografia dei RHCP e per gustarsi i preziosi assoli solisti di Flea tra un pezzo e l’altro. Sul palco volano bandiere italiane ed anche Kiedis decide di denudarsi, togliendosi maglietta e cappellino. Nel mentre, Klinghoffer è scatenato, anche troppo per questi Red Hot. Corre come un matto, salta e si avventura in difficili arrangiamenti, che fanno storcere le orecchie degli affezionati. Quando il concerto rischia di spegnersi, tocca sempre a Flea alzare il ritmo, arrampicandosi sulle casse e improvvisando il più classico omaggio all’Italia: la colonna sonora del Padrino. Dopo un’ora e venti, il gruppo saluta e scompare. Il pubblico rumoreggia, senza esser troppo convinto del ritorno sul palco. Poi, cinque minuti dopo, eccoli riapparire sul palco, regalando Give It Away e poche altre innovazioni. Dopo un’ora e mezza abbondante, senza l’esecuzione dell’attesa Otherside, i Red Hot Chili Peppers salutano una Torino contenta, ma non estusiasta, ancora innamorata del passato.













A me il concerto è piaciuto e mi ha gasato un bel pò! Era una vita che volevo vederli dal vivo!