Xiu Xiu – Always

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
6.0


Voto
6.3

6.3/ 10

di Matteo Monaco

Può sembrare masochista, finire un concerto con i nervi a pezzi dopo aver violentato le proprie corde vocali. Jamie Stewart, nella sua declinazione musicale degli Xiu Xiu (che si pronuncia shoo shoo), era talmente scosso, in quel live dello Sziget Festival, da salutare il pubblico con un thanks gelido, impiegatizio (sarà per la camicia a mezze maniche?), prima di fuggire dalla scena. C’è da comprenderlo: lui sulla scena ci mette qualcosa più dell’anima, e non esiste un’etichetta da osservare in questi casi. Prendi la chitarra e fuggi via, con indosso la maschera che avevi gettato poco prima. Infatti, il masochismo c’entra poco. Gli Xiu Xiu, derivati nel nome da un oscuro film giapponese di fine anni ’90, non sono il gruppo emo che gode di uno psicanalatico piacere della sofferenza. La vera essenza di questo progetto è invece vicina alla sensibilità delle personalità più cupe, da Ian Curtis a Kurt Cobain, e condita da una confusione, tutta contemporanea, che si riflette nelle claudicanti architetture melodiche. Un viaggio iniziato dal profetico Knife Play (2002), e proseguito dal capolavoro Fabolous Muscles (2004), in una discografia che conta ben sette album in studio.
Always arriva a rinverdire i fasti dei primi ’00, rimescolando le carte un pò ingiallite dei lavori più recenti. Si parte dal consueto cambio di line-up, in cui Stewart si conferma come centro artistico e politico di un sistema vivente, naturalmente portato ad evolvere con l’ambiente. Sempre per poterne coglierne la cruda durezza, e per svelare quel fondo di umanità in ogni cosa, che è il primo piacevole (anzi, sofferto) ritorno al passato. Punto secondo, c’è The Oldness, vale a dire raggiungere le stesse profondità attraverso un approccio radicalmente opposto. Ma il pianoforte e le atmosfere, sorrette come da copione dal debortante sentimento di Stewart, rimangono solo un riuscito esperimento in quello che sembra un campo di battaglia sonoro, annunciato a chiare lettere nell’industriale follia di I Love Abortion. Lontano dalle opinioni, è il sacro fuoco dell’ispirazione a brillare nella marcia di Chimney’s Afire, seguito da flirt riusciti con l’indietronica in Gul Mudin e Honey Suckle. L’impressione sotterranea, che fa capolino tra i cambi di tono e di abito, è di ascoltare una grande personalità di fronte alla prova di maturità. Non che fosse richiesta, dal momento che la proposta Xiu Xiu rimane unica nel suo genere, e forse inimitabile. Ma si sa, gli esami non finiscono mai e il gruppo di San Josè, nella sorridente California, è appunto una creatura viva, sottoposta alle passioni del momento e pronta a rimettersi in gioco. Con gli sbagli e la scarsa forma di Women as Lovers, e con le perle dai mille colori come Always. Gli Xiu Xiu appaiono sempre più come metafora umana, alla quale è stata fornita una voce che trascende la ragione. Come affidare un’orchestra di mandolini distorti e synth da guerra in mano ad un Ian Curtis del Duemila, troppo diverso per mescolarsi in mezzo a noi e troppo confuso per farla finita con questa tragedia, come sempre, meravigliosa.

(14/02/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.