[REVIEW] Wooden Shjips – Back to Land

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
6.8

6.8/ 10

di Davide Agazzi

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Gira e rigira siamo sempre da quelle parti. San Francisco, la baia, i fricchettoni, le derive psichedeliche. In mezzo, tra gli squali e l’isola di Alcatraz, continua a navigare a vele spiegate l’astronave dei californiani Wooden Shjips, reduci dalla loro sesta fatica in studio, compilation stralunate comprese. La rotta tracciata, bene o male, non cambia di molto rispetto al precedente ed apprezzato West: il solito mix di neopsichedelia, rumorismi di vario genere, voci sussurrate come un mantra tribale e alchimie spaziali. Per fare qualche accostamento, sembra lontana sia l’elettronica spacca decibel dei Maserati, sia il profumo Sixties dei Black Angels; più vicina invece l’Islanda dei misteriosi Dead Skeletons, con i loro incomprensibili ritornelli celebrati senza fine e la loro liturgia fatta di scheletri e video senza un (apparente) senso.

Un programmino tutto acidi e distorsioni che questa volta più che mai sembra strizzare l’occhio e le orecchie ad un’altra spiaggia, quella di Venice, a Los Angeles, dove i Doors di Morrison erano soliti addentrarsi nel blues per avanzare la propria rivoluzione (il riff di Ruins ricorda parecchio le gesta degli amati capelloni). Un po’ fastidioso quel piccolo triangolo in copertina – la quale celebra palesemente il terzo capitolo dei Led Zeppelin – dove compare il titolo del nuovo disco: della serie, “l’abbiamo capito che anche voi fate musica psichedelica”. L’album, nel complesso, è spigoloso: si parte piano e si tocca il primo vertice (o meglio, vortice) con Ghouls, poi ballatona inaspettata (These Shadows) e giù ancora a pestare in un trittico davvero mistico ed accattivante (soprattutto In The Roses e Other Stars), per un finale, affidato ad Everybody Knows, a dir la verità, non troppo esaltante Ancora una volta, siamo di fronte ad un gran bel disco di genere e per i Wooden Shjips è solo più tempo di conferme: tutto ruota come deve ruotare, ma non si riesce a trovare il brano che aiuti a definire in maniera più particolare il loro sound, magari a regalare alla band il palco principale dell’Austin Psych Fest. Ma in fondo cosa sono i confini quando si parla di musica proveniente dallo spazio?

(08/11/2013)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.