White Fence – Cyclops Reap

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
6.8

6.8/ 10

di Davide Agazzi

Sotterrato dall’esuberanza dei colleghi californiani come i Thee Oh Sees e Ty Segall, finora Tim Presley, meglio noto alle cronache festaiole di Orange County come White Fence, non aveva mai impressionato per le sue produzioni musicali; molto meglio come spalla per qualche collaborazione (si ascolti Hair) o per qualche sbronza sulle spiagge statunitensi. Oggi invece la storia cambia, perchè dopo diversi Ep e qualche raccolta poco convincente, Cyclops Reap (uscito per la  Castle Face, etichetta di John Dwyer, voce dei Thee Oh Sees), è un disco in odore di maturità: dentro non ci sono le mitragliate fuzz di stampo garage o  i ritmi ossessivi del punk, mai troppo vicini alle corde di Fence,  ma un percorso psichedelico in lo-fi (non per altro è registrato in camera da letto), immerso nello stesso acid-folk che caratterizzò l’esordio del floydiano Barrett – con le dovute proporzioni. Psichedelia-pop e cultura freak si intrecciano nella mente del giovane californiano, capace di creare sinapsi deliranti e paesaggi visionari. Un po’ degli ultimi Tame Impala in veste country (Live on Genevieve), tanto Nick Drake e cantautorato della prima guardia nella bellissima Only Man Alive, davvero poca lucidità nelle strampalate ed apprezzate Pink Gorilla e White Cat (il bianco sembra davvero un colore ricorrente). Tutto sembra sussurrato e lontano; tutto sembra immortalato nel tempo, avvolto in una nostalgia che ormai sembra delinearsi come un virus nei cantanti di oggi. White Fence però non sembra curarsi della malattia e affonda con decisione in una materia tanto delicata, quanto abusata. Il risultato è soddisfacente, ma non sconvolge certo per fantasia e tecnica compositiva; una sorta di raccolta del suo pensiero e della sua musica color seppia per tirare le somme dopo tanti alti e bassi. Un nuovo inizio da cui ripartire.

(27/04/2013)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.