Vitalic – Rave Age

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
6.0


Voto
6.2

6.2/ 10

di Matteo Monaco

Un pò di ansia è sempre giustificata. Sopratutto se ti chiami Vitalic, se hai contribuito a dare un senso all’onda electro-clash della metà dello scorso decennio e se lo scettro della grande popolarità è ormai scivolato in mano altrui. Già, lo scettro e il trono, simboli metaforici di una posizione al vertice che il producer francese aveva chiamato a sè, a furor di popolo, dopo il capolavoro disco-rock di Ok Cowboy e il più convenzionale richiamo all’house di Flashmob. Simboli metaforiche che appartengono ad altri totem della scena mondiale. Più giovani, più post-dubstep. È il più puro spirito da Cinderella Man quello con cui  Vitalic si trova a dover calare il decisivo asso per non uscire dalla competizione. L’operazione è riuscita?
Innanzitutto, Rave Age è tutto fuorchè un  disco attuale. A dispetto del titolo, così calato nella rediviva moda dei festival elettronici e dei party non ufficiali (guardacaso, flashmob!), il dj transalpino confeziona un’opera densa di contenuti e di finezze tecniche che hanno poco da spartire con i baccanali psicotropici e con gli effetti speciali dei giovani avversari. O meglio, in Rave Age la vera festa si consuma prima in cuffia, con le bassissime frequenze del basso ad ipnotizzare l’ascoltatore solitario, tra un intermezzo rallentato e l’altro. Solo dopo questo preciso rituale ci può essere spazio per le folle, che restano comunque lontane anni luce dai raver con cane e zainetto e invece così simili agli impomatati francesini del Metropolis di Parigi.
Non è musica da poser del sabato sera, ma poco ci manca: la cura con cui è intagliato il synth di Stamina deve molto alla fresca lezione di scuola Modeselektor, ma rientra in un quadro di pulizia sonora abbracciato anche dalla sognante ritimica di Lucky Star e dallo Yelle-sound in La Mort Sur Le Dancefloor. Pulito e preciso nelle cavalcate più danzerecce, quanto mai aperto alle contaminazioni dream-pop. Vitalic riscopre l’influenza dei primi Royksopp in Nexus, proprio quando con Fade Away arriva a strizzare l’occhio alle tragicommedie in salsa anni ’80 dei Digitalism, senza però perdere il filo trainante dell’intero album.
Un album che non inventa proprio nulla, quando forse avrebbe dovuto dire di più. Un album, questo Rave Age, che indugia in uno “stile classico” di fruizione e si adagia sulle certezze di un’electro che, in quanto genere musicale, ha già giocato le sue carte migliori. Da un altro punto punto di vista, Rave Age non sembra nemmeno (come vorrebbe parte della critica) una “dura” alternativa alla “dura” generazione Skrillex. L’ordine di cui il disco è invaso ricorda il certosino lavoro in studio, brillante epigono in versione minimalista degli sperimentalismi impegnati, più che, come ricordato, la ricerca su due piedi dell riff sguaiato da urlare negli stadi.
C’è da dire che l’ansia da prestazione produce effetti alterni. A volte stravolge la routine, in preludio a qualche piacevole novità. Spesso e volentieri è la sirena di allarme di un prossimo, cocente fallimento. Altre volte, come in Rave Age, non fa altro che solidificare le posizioni di chi è nel giusto. Proprio qui risiede la certezza più rassicurante: la qualità del lavoro di Vitalic, anacronismi e snobismi compresi, non cambierà mai.

(06/11/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.