Vernon Sèlavy – Stressed Desert Blues

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
7.5


Voto
7.5

7.5/ 10

di Davide Agazzi

Così è la vita. Così il chitarrista dei Movie Star Junkies, uno dei gruppi torinesi che meglio si sta muovendo all’ombra della Mole e oltre i confini sabaudi (l’ultimo Son of The Dust è stato preso in licenza dalla Rough Trade), decide di tirare fuori il primo album solista, sotto il nome di Vernon Sèlavy e regalare un disco davvero, davvero interessante. La trama è semplice: Vincenzo Marando incontra Satana, presunto nome d’arte di chi siede dietro batteria e percussioni, ma soprattutto fa conoscenza dei personaggi che hanno fatto la storia di un’America polverosa, cresciuta sulle strade dei suoi cantautori. L’orologio torna indietro e riscopre alcuni grandi che hanno segnato pagine importanti della scena d’oltreoceano: dalle colline e dalle selve dei Creedence Clearwater Revival, al cantautorato sincero di Dylan (The Day Your Lies Will Bloom), fino a quello drammatico di Tom Waits (Fifteen Apple Seeds), le ballate di Vernon Sèlavy incalzano audaci, cullate da una voce lontana, straziante, accompagnate da coloratissimi riff di chitarre distorte. Il tutto con la benedizione della Shit Music for Shit People, l’etichetta con base a Torino e Lisbona sempre più attiva nella scoperta e valorizzazione di giovani talenti italiani ed europei. Un disco che riscopre il blues-rock drogato di un’America malinconica, desertica, un po’ invecchiata e lo esporta in una Torino sempre più ricettiva, multiforme ed intrigante, sempre più Capitale della musica.  Un album che premia il lavoro di un artista che ha saputo cogliere il meglio della sua esperienza con i Movie Star Junkies (con i quali continua a suonare), dal loro punk-blues che strizza l’occhiolino alle murder ballads di Nick Cave fino alla svolta più rockettara dell’ultimo disco, per dare una lettura personale e soggettiva di una materia spesso troppo inflazionata e difficile da argomentare. Riuscirci con questi ottimi risultati al proprio “esordio” sembra davvero un marchio di garanzia. C’est la vie.

(11/11/2012)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.