Velvet – Storie

Scheda
Rispetto al genere
5.0


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
5.0


Voto
5.3

5.3/ 10

di Azzurra Sottosanti

Velvet_promo

Sono trascorsi tredici anni dall’uscita di Versomarte, il disco che decretò la fortuna dei Velvet grazie al singolo spaccaorecchie Boy Band, e di album sotto ai ponti ne sono passati parecchi. Pier, Ale, Gianka e Poffy a quanto pare ce l’hanno fatta a venir fuori dal cul de sac dal quale in pochi avrebbero scommesso che sarebbero usciti, a non rimanere impigliati nella notorietà di quel tormentone, sfornando nel corso degli anni una serie di lavori via via più elaborati e musicalmente complessi. Lasciato alle spalle il sound commerciale che caratterizzava i primi dischi, i Velvet hanno ripreso a frequentare i loro primi amori, procedendo nella direzione di un brit-pop all’italiana dalle nervature elettroniche.
Storie, il loro nuovo album in uscita il 4 marzo, si colloca all’interno di un processo di crescita artistica che ha poco a che vedere – stando a quanto dichiara la band – con il desiderio di piacere al grande pubblico. A fare da apripista al disco (che annovera tra i credits, oltre a Federico Dragogna dei Ministri, Alberto Bianco e Fabrizio Bosso) ben due singoli, Una vita diversa e Storie. La title track è forse il pezzo più riuscito del disco: un brano che grazie al loop di sottofondo, alla batteria incalzante e all’impeto delle chitarre elettriche si incolla subito alle orecchie, se non fosse che già dalle prime note si ha l’impressione di ascoltare un pezzo dei Subsonica. Il problema sta proprio qui: in questo disco c’è tutto, troppo. Un pot-pourri sonoro del meglio dell’indie-pop e dell’alternative rock italiano, dai Verdena (Una vita diversa) ai Bluvertigo (La Razionalità), da Dente (I perdenti e gli eroi) al Teatro degli Orrori (Mentre fuori piove), passando per Le Vibrazioni, Daniele Silvestri e Marco Mengoni. Manca l’estro nel songwriting, il vigore evocativo. Ferrantini non riesce a staccarsi dai luoghi comuni e l’attualità delle soluzioni strumentali non basta a far passare inascoltato il semplicismo in cui sono immersi i testi, la cacofonia di certe rime quasi-baciate. Un disco pop-ottimista e di certo anche pop-nostalgico, che a conti fatti non convince. Ma pare suggerire che in fondo non si stava tanto peggio quando non si stava meglio. Nemmeno quando si era malati di stress.

(01/03/2014)

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Azzurra Sottosanti
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