Various Cruelties – Various Cruelties

Scheda
Rispetto al genere
6.5


Rispetto alla carriera
6.5


Hype
6.5


Voto
6.5

6.5/ 10

di Giacomo Dalla Valentina

Various Cruelties

Ascoltare Various Cruelties, opera prima dell’omonima band londinese, è maledettamente facile. Tracce fluide, canzoni che con rapidità si impressano nella mente: il quartetto ha confezionato un album che non farà fatica a scalare le classifiche. I Various Cruelties (il cui nome deriva da un’omonima opera di Ed Ruscha) sono il progetto partorito dalla brillante mente di Liam O’Donnell, lontano discendente nientemeno che di Oscar Wilde e giovanotto di grandi aspirazioni e comprovato talento. Nati poco più di un anno fa, hanno già fatto la gavetta necessaria per farsi notare, tanto che dopo aver suonato con Mumford & Sons, Vaccines e Kasabian e una bella performance al Leeds Festival, si sono creati la nomea di next big thing, aggiudicandosi un contratto con la Mercury Records (un big dell’industria discografica, inutile precisarlo) e registrando il primo album a Los Angeles, con l’aiuto Tony Hoffer, produttore -tra gli altri- di Phoenix e Goldfrapp. Ben inserendosi nella traccia di quelle band che negli ultimi anni stanno reinterpretando l’ormai vasta tradizione britpop, si discostano dalle tendenze new wave dei Vaccines, come anche dai patetismi dei Kooks o dalle scariche elettriche di Arctic Monkeys e Last Shadows Puppets, declinando invece gli spunti dei gloriosi anni ’90 inglesi (si sentono echi di Verve, Travis e Blur) con notevoli riferimenti al Motown sound degli anni ‘50 e ’60.

Various Cruelties 1

Così, l’album si apre con le sue due canzoni migliori e più dirette, Chemicals e Great Unknown. Niente di nuovo, ovviamente: non ci sono gli sperimentalismi degli Alt-J nè tantomeno i vortici electro-dubstep di James Blake, ma la miscela è comunque esplosiva, ed è difficile resistere dal canticchiare e ballare al ritmo delle due canzoni. E proprio la continua oscillazione tra sonorità rock’n roll e un indie pop da anni Zero caratterizza tutto l’album, a volte spostando il baricentro da una parte altre volte dall’altra: se nella confusa If Wasn’t For You e nella caotica Cold as You il quartetto londinese fa l’occhiolino a Sam & Dave e Little Richard, in Magnetic Field, Beautiful Delirium e Neon Truth le reminiscenze Motown sembrano dimenticate e la band sembra avvicinarsi molto di più a band come i Maccabees o i Frightened Rabbit, con ritmi definiti e melodie intuitive. In questo clima di poca chiarezza e di evidente ricerca di un equilibrio, i Various Cruelties creano un album che comunque non manca di contenere alcune canzoni -oltre alle due d’apertura- sicuramente interessanti: Dry Your Tears (forse la migliore dell’album, in cui è data grande enfasi al particolare timbro del cantante, definito eloquentemente dalla BBC come “il fratellino più educato di Sting o un Alex Turner pieno di steroidi”), She is the One, dove è lampante (e forse un po’ stucchevole) l’influenza di Amy Winehouse, e la delicata Thrill is Gone.

L’opera prima di questa band rimane comunque un lavoro grezzo, in cui l’indiscutibile preparazione e creatività dei musicisti fa ancora fatica a trovare una direzione, un concretamento razionale che possa valorizzare il loro talento. Ma i mezzi ci sono, eccome: non resta che aspettare.

(12/03/2013)

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Giacomo Dalla Valentina
Giacomo Dalla Valentina

Piemontese di nascita, milanese d'adozione, studio giurisprudenza @ Statale di Milano. Appassionato lettore e collaboratore di OUTsiders.