Van Morrison – Born To Sing: No Plan B

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Eugenio Goria

Se ci si dovesse fermare al titolo, qualcuno potrebbe azzardare la battuta “Ecco uno che deve proprio cantare per forza, anche a sessantasette anni suonati”, ma se si ha la pazienza di ascoltare anche di sfuggita qualcuna delle dieci tracce che compongono il disco, ci si rende facilmente conto che nel reparto geriatria ci sono musicisti rock ben più imbarazzanti con cui accanirsi. Del resto, c’è anche da dire che quel misto di jazz, soul e rhythm and blues, che è ormai una specie di firma per l’irlandese Van Morrison, ha l’inossidabilità dei grandi classici per il solo fatto di essere sempre rimasta sempre uguale a se stessa, e quindi difficilmente potrà deludere. Del resto, soul è  e come tale bisogna ascoltarlo, senza pensare di trovare altro rispetto a quanto questo genere può offrire; a questa condizione ci sono tutti i presupposti per l’ascolto di un buon disco.

La prima cosa che si nota ascoltando il disco è che è molto valido dal punto di vista strumentale e compositivo: il sax tenore di Chris White e la tromba di Paul Moran in particolare hanno ampio spazio per esprimersi al meglio, realizzando parti melodiche davvero valide e buoni assoli che ampliano il discorso e lo rendono molto più articolato rispetto al rhythm an blues più commerciale. Basta ascoltare Going Down To Monte Carlo per rendersi conto di come la band funzioni davvero bene insieme, con un’ottima prestazione dei fiati, cui come al solito si aggiunge lo stesso Morrison, protagonista anche di un piacevole scat singing prima dell’ottimo assolo finale.

Un disco di brani molto lunghi, che hanno ancora molto da dire e riflettono i tempi grigi della crisi economica, tanto che in alcuni punti, se è lecito il paragone, sembra di sentire una debole eco di Blood Money di Tom Waits. Come ricorda If In Money We Trust, un titolo che parla da solo, <<Se noi crediamo nel denaro, dov’è Dio?>>. Ancora una volta, ciò che rende il pezzo veramente valido non è né il cantante né la band, ma piuttosto la sapiente alchimia tra i due elementi, lo splendido uso della dinamica, che sfrutta effetti di crescendo e diminuendo, e infine quella voce così particolare che riusciremmo a fatica a immaginarcela a cantare R&B, ma che ancora una volta ci riesce maledettamente bene.

Born to sing è il disco di un artista in piena forma, un vecchio che rinuncia alla pensione per continuare a proporre nuova musica, senza essere patetico né fuori luogo; numerosi i brani interessanti, arricchiti da un’interpretazione musicale di tutto rispetto. Vero è che il disco perde tutta la sua rilevanza se non si era già prima fan di Van Morrison. Uno stile così definito, così riconoscibile, o si ama o si odia, e chi in questi anni non è mai stato un appassionato della star di Belfast, non lo diventerà certo dopo questo disco, mentre i curiosi farebbero forse bene a iniziare l’ascolto da dischi più classici come Moondance del 1970.

(08/10/2012)

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Eugenio Goria
Eugenio Goria

Caporedattore. Scrivo di musica dal 2008 su riviste storiche come "Late for the sky" e "L'Isola". Nel 2010 sono entrato a far parte di Outsiders.