Van Der Graaf – The quiet zone / the pleasure dome

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
6.0


Hype
6.5


Voto
6.7

6.7/ 10

di Lorenzo Goria

Mai l’espressione “il nuovo album” fu più azzeccata che per The quiet zone/the pleasure dome, uscito nel 1977 ad opera dei Van der Graaf, con una nuova formazione, un – parzialmente – nuovo nome e soprattutto un nuovo sound completamente rivisto e lontano anni luce da ogni altro loro album. La formazione, rimasta orfana di Hugh Banton, che abbandonò la band subito dopo il tour in America per sposarsi, e di David Jackson, che lasciò perché Banton lasciava, vide il ritorno del bassista dei primi due album, Nic Potter e l’acquisizione del violinista Graham Smith, precedente membro degli String Driven Thing. Rimasero costanti solamente Peter Hammill e Guy Evans

Va da sé che con una formazione così diversa da quella storica di Pawn Hearts e successivi, il gruppo aveva bisogno di cambiare nome, e così amputò il ‘Generator’ alla fine. Ma il cambiamento più importante fu che con la partenza di Banton e Jackson lo spirito del gruppo non sarebbe potuto rimanere lo stesso. Infatti, se si vuole forzare un paragone, i pezzi di The quiet zone/the pleasure dome sono affini a quelli di The least we can do is wave to each other per la massiccia presenza della chitarra acustica, ma incomparabili agli altri momenti della loro produzione sotto altri punti di vista, per i quali questo album rimarrà un hapax, che sono la totale assenza di fiati – se non nelle due Sfingi, registrate con Jackson ancora in formazione – e di organo, sostituito quando serve dal pianoforte, la notevole semplificazione delle parti di batteria e ovviamente l’introduzione del violino: un colpo per chi si aspetti un album in linea con la discografia precedente. Così la Charisma presentò quasi timidamente questo disco diviso in due parti, con i manifesti che riportavano ancora il nome completo del gruppo.

La prima parte dell’album rimane sempre costante nel proporre canzoni del nuovo stile, che per quanto diverse per arrangiamento si somigliano tra di loro, e al limite strappano un tenue commento positivo. Caratterizzate da un testo profondo e intelligente non riescono però ad avere quella presa caratteristica delle loro preceditrici. The quiet zone scivola via con eleganza e vanta pezzi come Lizard Play e Last Frame che se non sono indimenticabili, almeno si possono annoverare tra i più riusciti.

The pleasure dome si apre con The wave, un pezzo che non ha molto di differente da quelli che lo precedono; diciamo che bisogna controllare quando comincia la seconda parte per saperlo. Quello che lo segue, Cat’s Eye/Yellow Fever, è il singolo dell’edizione francese, ed è senza dubbio il pezzo più trascinante e più riuscito, guidato dall’incalzante violino di Smith che fa sognare. The Sphinx in the face si allontana ancora di più dal tono compassato (quieto) del titolo con l’introduzione della chitarra elettrica e del sassofono di Jackson e rende il disco nel suo complesso migliore. Ma se qualcuno si aspettava una climax inarrestabile fino ad pezzo esplosivo, magari con Banton alle tastiere rimane molto deluso nel sentire un altro pezzo acustico che però mantiene l’energia dei due precedenti. Dopo un fugace richiamo alla Sfinge con The Sphinx returns, il disco si chiude lasciando l’impressione il meglio sia stato dato solo di sfuggita.

Lontano dalla sconclusionato e stucchevole manierismo di Still life e dalla sconfinata sperimentazione di H to He e Pawn Hearts, ma anche dal suono più jazzato di The least we can do questo è sicuramente l’album più accessibile dei Van Der Graaf, all’altezza degli altri anche nel suo ammiccamento al pop e al rock canonico ma a tratti geniale nell’arrangiamento e inconfondibile nei testi.

(13/11/2011)

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Lorenzo Goria

Collaboratore poco più che occasionale, studente di liceo classico a Torino e (con ogni probabilità) OUTsider più giovane in circolazione.

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