VA – White Mink Black Cotton Vol 1

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
8.0

8/ 10

di Matteo Monaco

Dalla reazione alla dominante cultura rave, fino al giorno dell’affermazione. La vita fuori dagli schemi e dalle classifiche di Nick Hollywood inizia nel laboratorio artistico del Central Saint Martins, quattro passi dietro a King’s Cross. Il teatro e le arti visive sono il pane quotidiano, la musica il vizio più concesso.

Quando abbiamo cominciato a promuovere discoteche a Londra, lo facevamo contro la cultura dominante dei rave

Nei primi anni ’90 è questo il quadro in cui inizia il lavoro, forzatamente dietro le quinte, che unisce le correnti di pensiero che non si riconoscono nelle mode imperanti. La creazione di un “ambiente musicale di rifugio”, come lo definisce l’autore, diventa l’occasione per riscoprire le radici sonore dimenticate in soffitta. In netta controtendenza con la “glocalità” di reazione e il post-tribalismo dei festival illegali, e alternativo alle compostezza patinata dei club della maggioranza, un manipolo di dj e orchestre scrive le prime pagine di una concezione. Basta togliere la polvere ai vinili di Cab Calloway ed Ella Fiztgerald, confinati nel triste limbo creato dai libri di storia per parlare dei venti fatidici anni tra le due guerre mondiali, per trovare ciò di cui i primi anni Duemila hanno pressantemente bisogno. Con le parole dello stesso Hollywood in una recente intervista:

Intorno al White Mink, a Brighton, si riuniscono le influenze più disparate e le idee più innovative. E si riscoprono, nelle serate che toccano anche la capitale della Regina, la freschezza e l’allegria dello swing, dimenticate nelle sabbie della storia e così diverse dalla “musica apocalittica” dei club dove non si sorride mai. Il burlesque e la nuova linfa del jazz ricominciano a scorrere nelle vene europee, come ottanta anni fa. A ognuno il suo: Parov Stelar in Austria, Caravan Palace in Francia, Der Dritte Raum in Germania, Swing Republic nella natia Inghilterra. Artisti con tradizioni diverse, uniti però dal progetto transnazionale che si guadagna ogni anno una fetta di pubblico in più. Il primo volume del White Mink Black Cotton (2009), non accende la miccia sul fenomeno swing, ma ne suggella l’ascesa. Quasi come una passerella tra amici, partiti con le stesse (fantasiose?) ambizioni dieci anni prima,  e riuniti per una volta sotto il marchio di qualità del “Godfather” del genere.

White Mink Black Cotton è la prima pietra miliare dell’Electro Swing. MixMag

È così che questa semplice compilation, affascinante già dalla copertina, tasta il polso della scena electro-swing e ne traccia un bilancio. A partire dalla techno di  “Chambermaid Swing”, passando per le raffinatezze chitarristiche di “Minor Blues”, e le rievocazioni vere e proprie di “Who Dat Down Dare”. Niente di nuovo all’orizzonte, per chi conosce i ritmi dei locali più eleganti di Brighton, ma una scoperta di valore per i nuovi del genere. A metà strada tra la pubblicità e la celebrazione di una folle utopia fattasi musica, è il disco che segna la fine dell’anonimato. Col visone bianco e il cotone nero, mezza Europa ha ritrovato le note dei padri.

Various – WHITE MINK (album sampler mix + more) by FreshlySqueezed

(30/10/2011)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.

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