Unknown Mortal Orchestra: quando la psichedelia incontra la Motown

di Simone Picchi

Il nuovo album degli Unknown Mortal Orchestra rappresenta ciò che è modernamente concepito come un prodotto orecchiabile. Questa definizione potrebbe far storcere il naso agli ascoltatori attenti all’originalità a tutti costi, anche di fronte a prodotti palesemente imbarazzanti qualitativamente ma giustificati dal loro essere “originali”. A partire dal titolo dell’album “Multi-Love”, Ruban Nielson dà una lezione di come sia possibile concepire un pop di alta scuola influenzato da un repertorio personale che nasce nel surf dei Sessanta, cresce nella psichedelia e si concretizza nel classico soul Motown. Nel corso dei quaranta minuti dell’opera cavalchiamo buona parte della storia R&B, incastrata tra synth onnipresenti, chitarre languide, e una sezione ritmica solida ma non invadente. Tra echi di Prince e dello Stevie Wonder di Innervisions, il repertorio “classico” dell’Orchestra si concretizza in pochi passaggi all’interno del disco (pur essendo sempre presente), giungendo al suo apice nella conclusiva e decisamente seventies Puzzles. Citazione a parte per due passaggi  che si staccano dal leitmotiv del lavoro, in una progressione al limite della disco (Can’t Keep Checking My Phone) e del goth più sperimentale (Extreme Wealth and Casual Cruelty, ascoltare per credere!). Un’alternativa ai lustrini dello showbiz esiste e l’Orchestra ne è un esempio. Perché l’intrattenimento è più appagante se attiva gli impulsi più puri e nascosti della nostra psiche.

(09/07/2015)

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Simone Picchi

Studente di Scienze politiche a Messina, collaboratore recensore/reporter/intervistatore/factotum.