Ulver – Childhood’s End

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
7.0


Voto
7.5

7.5/ 10

di Alekos Capelli

In principio fu Solitude, brillante cover dei Black Sabbath, inserita su Shadows Of The Sun (2007). Un primo tassello discografico a dimostrazione del profondo legame degli Ulver col passato musicale, le proprie necessarie radici rock. Avanzamento rapido al 2012, in cui Childhood’s End fa la sua apparizione sugli scaffali. Quello che cronologicamente dovrebbe essere il nono studio album della band anglo-norvegese (vista la sempre più rilevante partecipazione di Daniel O’Sullivan), è in realtà una compilation di 16 pezzi, riconducibili alla corrente psichedelica, freakbeat e garage rock, e risalenti al periodo tra il 1966 e il 1969, più o meno lo stesso arco temporale dell’operazione Rolling Thunder della Guerra del Vietnam, i cui effetti sono visibili nella celebre immagine di Nick Ut (Premio Pulitzer nel 1972), utilizzata come copertina e interpretazione del titolo e di un momento storico che segnò dolorosamente tutto il mondo. Progetto atipico quanto interessante, Childhood’s End funziona come una sorta di capsula spazio-temporale, che ci riporta indietro, verso quel tempo passato, magico e onirico, in cui le varie correnti del rock andavano via via delineandosi e plasmandosi. Il risultato è un disco indubbiamente valido sia come commentaire, per riscoprire brani e band di un’epoca che fu, sia (per i più giovani) come porta d’ingresso di un passato, in un certo senso sepolto, per ritrovare il quale basta in realtà solo un po’ di curiosità ed entusiasmo, qualità che agli Ulver non sono certamente mai mancate. La scelta compiuta dal barbuto Rygg (a.k.a. Garm) e compagni comprende band molto note (Jefferson Airplane, 13th Floor Elevators, The Byrds), ma anche e soprattutto realtà medio-piccole, di una scena musicale che andava allargandosi a macchia d’olio (The Pretty Things, The Electric Prunes, The Beau Brummels).

A livello prettamente musicale l’attuale entità Ulver, fatta di incanti elettronici, paesaggi ambient e richiami trip-hop, fa un passo indietro, lasciando respirare i brani nel loro analogico habitat naturale, genuinamente vintage. Pur scevra da sperimentalismi, l’”ulverizzazione” spinge al massimo l’espressività e l’evocatività già insite in queste composizioni, come nelle due stupende ballads Velvet Sunsets dei Music Emporium e Magic Hollow (primo singolo estratto, di cui è stato girato anche un bel video). Altre interpretazioni degne di nota, agevolate per altro dall’eccellenza del materiale originario selezionato, sono I Had Too Much To Dream Last Night e Where Is Yesterday (United States Of America). Come sempre curatissima ed eccellente la produzione, che riesce a suonare moderna, nel suo essere cristallina e a tutto tondo, ma contemporaneamente vintage, soprattutto riguardo la scelta di suoni ed effetti (riverberi, wha-wha, organi e synth) e mixing degli strumenti, che offre grande spazio alla splendida voce di Kristoffer Rygg, perfettamente a suo agio, anche su queste composizioni, ben più vecchie di lui. Childhood’s End, come si diceva in apertura, è un progetto artistico a 360 gradi, pensato e realizzato alla perfezione, come una scatola delle meraviglie, che conduce i suoi ascoltatori in una dimensione senza tempo, nella quale è la musica, e i suoi profondi sensi e significati, a essere assolutamente protagonista.

(22/07/2012)

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Alekos Capelli
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