Ty Segall – Twins

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
7.5


Hype
8.0


Voto
7.8

7.8/ 10

di Davide Agazzi

E ci risiamo. Ancora Ty Segall, ancora un disco, il terzo in un solo anno solare, ancora un altro capolavoro da custodire gelosamente nella propria teca. Quale la formula magica che si cela dietro questo Twins? Semplice: seguire le “indiecazioni” lo-fi di Hair, l’album registrato con White Fence, lasciar macerare in acqua, prendere lo sgangherato frullatore fuzz di Slaughterhouse, mischiare fino a sporcare tutte le pareti della cucina e mettere in forno. In pochissimo tempo si otterrà la perfetta doratura di Twins, una squisita torta multistrato farcita di una psichedelia punk straziante e nevrotica. C’era un po’ di apprensione al primo ascolto di quest’ultimo lavoro: il piedistallo del folletto di San Francisco sembrava troppo alto per uno non abituato alle luci della ribalta. La risposta è stata lapidaria: dodici mitragliate fulminanti per chiudere alla grande un anno da protagonista assoluto della scena mondiale. Del resto l’aveva detto e fatto capire chiaramente: la bella parentesi di cantautorato smielato aperta da Goodbye Bread era destinata a morire nel momento stesso della sua nascita. Il mondo del Kurt Cobain di Orange County è questo e anche se non si trasforma nel “macello” del suo penultimo disco, resta comunque un miscuglio di distorsioni che viaggiano ai mille allora. All’interno dell’album spiccano poche storie d’amore (Love Fuzz, Would You Be My Love), una sola serenata folk-acustica, Gold On The Shore, chiusa dal finale apocalittico di There is no tomorrow,  ed un mare di suoni caotici e frastuoni distorti propri di una follia sixties (You’re the doctor, Handglams) di cui Ty sembra l’indiscusso padrone insieme ai suoi amici Thee Oh Sees. Ed è proprio da una collaborazione con la loro cantante, Brigid Dawson, che nasce lo spassoso ed inspiegabile video di The Hills,  tra orsi strafatti (chi ha detto Ted?), lucertoloni con la parrucca e quant’altro sia necessario per rendersi conto che, per quanto uno si possa sforzare, non riuscirà mai ad entrare nella psiche di questo geniaccio stakanovista.

(20/10/2012)

Commenta
Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.