[REVIEW] Ty Segall – Sleeper

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
7.5


Voto
7.5

7.5/ 10

di Davide Agazzi

ty-segall-by-denee-petracek-650-430Tutti i grandi campioni fanno la differenza in qualsiasi squadra giochino. Tutti i grandi campioni sanno adattarsi alle circostanze, dimostrando versatilità ed ecletticità. Sanno estrarre il proprio coniglio dal cilindro. Ty Segall è un fuoriclasse assoluto, e questo è un dato di fatto. Reduce da una stagione che lo ha visto protagonista delle cronache di San Francisco per qualità e quantità (non stiamo qui a raccontare per l’ennesima volta dei sui capolavori psichedelici, gli ultimi Slaughterhouse e Twins su tutti), ora si preparava all’ennesimo test, tra scorribande sulla tavola da surf, serate sudate e foto con i gatti.

Due progetti, uno solista, Sleeper per l’appunto, l’altro con i Fuzz, il suo nuovo supertrio sulle orme dei Blue Cheer, in uscita ad ottobre. Per questo primo appuntamento, chiunque si fosse abituato a distorsioni e frullatori, rimarrà spiazzato. E non potrebbe essere diversamente. Questa volta la materia in questione è quella già affrontata in passato con l’album Goodbye Bread, ovvero quella del cantautore fricchettone, che ha studiato come spremere una chitarra acustica e si diverte a strappare lacrime in spiaggia raccontando dei suoi drammi interiori (questa volta giustificati dalla recente scomparsa del padre). Ma non sarebbe giusto farsi ingannare dalla simpatia del biondo della Bay Area; il suo ultimo disco, certamente più cupo ed introverso, è un lavoro maturo destinato a convincere anche i più scettici. Qui si celebra il carattere di un artista vero, non un semplice b-side registrato in un momento meno energico di altri. Soprattutto è l’album più “british” che Segall si sia concesso finora. Dai Beatles agli Oasis passando per Syd Barrett, Sleeper regala una dimensione nuova del totem di Orange County. Poco più di mezzora di acid-folk e retrò-pop, per conservare uno spirito garage-punk comunque mai domo, che ritrova la luce –solo alla fine- della riuscitissima The Man The Man,  fino agli ultimi minuti una possibile creazione dei Gallagher dei tempi migliori. Sognante e sinuosa Queen Lullabye, dylaniana la ballata folk dedicata al West, tratti di Led Zeppelin nella palpitante Come Outside. Lì dove si era affacciato il compagno White Fence con il suo apprezzabile Cyclops Reap, qui Ty Segall si getta come suo solito ad una velocità e ad una bravura fuori dal comune. Una conferma, l’ennesima, di cui però avevamo veramente bisogno.

(21/08/2013)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.