Ty Segall Band – Slaughterhouse

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
8.0

8/ 10

di Davide Agazzi

Rumore, casino, frastuono: una giungla di suoni. Non ci sono mezzi termini per raccontare Slaughterhouse, il nuovo capitolo di quel mattacchione di Ty Segall, scanzonato combattente punk californiano giunto al suo ennesimo disco in pochissimo tempo. Compagno di bevute dei conterranei Thee Oh Sees, con i quali è ancora attualmente in tournèe negli Stati Uniti, Ty è una delle figure più eclettiche del garage d’oltreoceano. Cantante, chitarrista, batterista, musicista tuttofare, non sembra voler mai smettere di suonare, come dimostrano Hair, il progetto lo-fi uscito insieme a White Fence ad inizio anno, Slaughterhouse e l’imminente Twins, in uscita ad ottobre. Un ciclone di canzoni che riescono a mettere tutti d’accordo. Da quelle parti, come lui non c’è nessuno. Ed è proprio la sua ultima produzione ad aver risvegliato il sonno degli affezionati: un progetto personalissimo, con la “sua” band, quella che lo segue durante i concerti, dall’impatto immediato, sicuro ed adrenalinico, nascosto dal terrificante ed ipnotico mascherone tribale di copertina. Un disco dalle tinte distruttive, che pone un punto esclamativo grosso come una casa sulla variegata carriera del folletto di Orange County. In questo caso la psichedelia più frivola fa spazio allo stoner, al doom a tutta una corrente oscura, quasi naturale per uno cresciuto a pane e Black Flag. Perchè Slaughterhouse porta avanti ideali macabri, avvolti da un alone benevolo che cerca invano di comprimere la forza di un suono nevrastenico, capace di strappare il suo involucro con saette fuzz e distorsioni martellanti. Un filo diretto, un solco tracciato nel metallo che unisce i quattro minuti della prima traccia (Death) con i dieci di totale sperimentazione, feedback e rumori assortiti dell’ultima Fuzz War. Nulla a che vedere con Goodbye Bread, l’album solista del Ty Segall semi-acustico, in versione “bravo ragazzo”. Si cavalcano le onde sulle spiagge sixties di Muscle Man e si masticano pasticche di puro punk sulle note di Diddy Wah Diddy e della titletrack, per poi “rilassarsi” nell’euforia delirante di The Tongue. Slaughterhouse, nella sua complessa immediatezza, ci mette davvero poco a ritagliarsi un posto tra le migliori uscite dell’anno, confermando Ty Segall un vero titano del rock più ubriaco d’America. Un gran bel casino per uno che dice di credere in…Neil Young.

(20/09/2012)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.