Trust – Trst

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
6.0


Voto
6.7

6.7/ 10

di Matteo Monaco

Ci si può abbandonare a qualcosa di innaturale? I Trust, ibrido connubio tra i synth di Robert Alfons e le velleità indie-dark di Maya Postepski, nascono sotto una stella lontana anni luce dal percorso sonoro di questi anni ’10, e sono un insolito esempio di musica recitata. Trst è l’esordio sulla lunga distanza , edito da Arts & Crafts (la stessa degli Zeus), con cui il dimesso duo scopre le carte del puzzle. La prima impressione è simile a quella provocata dai Crystal Castles, nei vagiti electro-dance di Untrust Us fino al rito solenne di Celestica: insomma, il lato oscuro degli anni ’80 che gorgoglia nello scarico del tempo, e si riscopre ora come giocattolo di artisti un pò snob. Il dubbio insinuato dai feroci Castelli di Cristallo, però, si rivela qualcosa di più, una realtà sommersa in cui distrattamente pescano gli ultimi Horrors e dove l’eremitico Washed Out ha deciso di meditare, senza curarsi di appartenere o meno ad un filone narrativo specifico. Cosa che invece pare insostituibile per capire la musica resuscitata dai Trust, congelata per trent’anni come nei film di Stallone. Basta dedicare qualche minuto al singolo Sulk, per riconoscere negli arpeggi di sintetizzatore e nelle atmosfere nebbiose una rigorosa riesumazione, poco distante dall’efferatezza plastica dei The Cure di Pornography, probabili ispiratori dell’intera opera. Niente più falso, però, di credere ad un copia-incolla destinato, nei sogni dei due artisti, ad un successo (anche) di seconda mano. L’intento sembra più sottile, a ben vedere apertamente provocatorio: Bulbform è pronta per accompagnare i titoli di coda di un’epoca, più che cantarne le gesta, ma non solo. Non si racconta un’epoca raccogliendone i fatti più importanti, e mescolandoli tutti insieme. Quindi neanche la pretesa volgarità di Ready Flesh (bentornati, Duran Duran!) può trovare un compagno logico nell’estatica perversione di Heaven. Oppure sfugge qualcosa? Sfogliando le sensazioni di questo strano, strano Trst, la prima parola da cercare è kitsch: secondo Kundera, “un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse“. Già, forse così si spiegano l’ambigua pulizia dei suoni, che fingono di provenire dall’impossibile mondo di precisione delle macchine, in un disturbante grondare di banalità. Ma poi dai, è come la televisione degli anni ’80, tra trucco, botulino e sentimenti spiattellati in diretta, subito dopo averli ripassati sul copione, e tutti ad imitare questo mondo innaturale a scuola, per strada, in Parlamento..Mica come oggi. I Trust riprendono l’innaturalezza e la rappresentano, chissà se per denuncia o per emulazione. Nel frattempo, riesci ad abbandonarti a questi tempi?

 

(27/01/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.

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