Travis – Where You Stand

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
8.0


Voto
7.5

7.5/ 10

di Umberto Scaramozzino

Travis band press shot

Sono passati cinque anni dall’ultimo album dei Travis, band scozzese tra le più amate, e sono loro stessi a chiedersi “Why did we wait so long?”, nella prima traccia del loro nuovo lavoro, intitolato Where You Stand. In realtà una pausa era proprio quello di cui avevano bisogno dopo il passo falso di Ode to J. Smith, album poco apprezzato da critica e pubblico, troppo lontano dalla sensibilità umana e sonora che li ha sempre caratterizzati.  Tutto faceva intuire che si fossero smarriti, al punto da non riuscire quasi più a contenere i pressanti rumors di un definitivo scioglimento come triste epilogo di una meravigliosa carriera.

Oggi, dopo aver finalmente ascoltato il loro atteso ritorno, un sospiro di sollievo non è l’unica spontanea reazione: anche un sorriso arriva ad accogliere le 11 tracce della rivincita. L’album è stato registrato tra Norvegia e Germania, prodotto in collaborazione con Michael Ilbert e pubblicato dalla Red Telephone Box, etichetta di cui la band stessa è proprietaria. Con questo nuovo capitolo professionale i Travis non solo hanno ritrovato la loro chimica, ma hanno anche individuato una formula vincente che si discosta da qualsiasi compromesso elettronico ammiccante e dai caustici tentativi di riproporre in una diversa salsa ciò che ha determinato il loro successo tra la fine degli anni 90 e l’inizio del nuovo millennio. Nessuna evoluzione, nessuna ripetizione. Sono semplicemente tornati a fare “quello per cui sono stati creati”, come Fran Healy stesso ha affermato.

Il brano di apertura, Mother, che si distingue grazie ad un particolare assolo di pianoforte, è affascinante  e spiana la strada alla successiva e più rappresentativa Moving, dai suoni new wave ed un testo che esplicita ciò che ha significato per la band di Glasgow questo ritorno alla musica. Ogni successiva traccia ha qualcosa da dire, delineando malinconia, tenacia, passione e tanta, tanta voglia di continuare a fare musica. In Another Guy  il basso di Dougie Payne e batteria di Neil Primrose sembrano ispirati da un brano degli Smashing Pumpkins (magari 1979?) e appaiono un po’ in contrasto con la voce del frontman. Tutt’altra storia Different Room, dai suoni più dolci e in sintonia con il cantato. Reminder, Warning Sign e Boxes, invece, strutturano meglio degli altri brani il vero mood generale che rimane impresso dopo un complessivo ascolto, rendendo quest’ultimo un piacevole viaggio nel mondo dei quattro artisti. Degno di nota è in tal senso il contributo della chitarra di Andy Dunlop, che si pone come filo conduttore di quest’ultima esperienza discografica. Le due canzoni che sono maggiormente in antitesi tra loro sono New Shoes e My Own Wall: la prima riprende il Bristol Sound sviluppatosi negli anni ‘90, risultando l’anello debole di un album altrimenti perfettamente amalgamato, mentre la seconda è probabilmente il miglior esempio della “Travisness” (necessario neologismo) partorita dalla band nei primi anni di carriera. La chiusura dell’album è affidata a The Big Screen, un’evocativa ballata al pianoforte che propone il fertile tema del cinema come metafora della vita. Un capitolo a parte merita l’iconica Where You Stand, primo singolo estratto che dà anche il titolo all’album. È un’autentica e commovente dichiarazione d’intenti da parte di Healy. Dopo tanti anni di attività la sua voce non è più la stessa, ne è pienamente consapevole, e gli acuti di cui è cosparso il brano non sono un errore di valutazione. Si è già visto nei primi live dell’anno, ad esempio quello all’ambasciata inglese di Pechino o quello a Daybreak (celebre trasmissione mattutina della tv inglese), come non riesca a raggiungere le note più alte. Ma i suoi sorrisi pieni di gioia durante le esibizioni sono quantomai eloquenti. Così come il personaggio che interpreta nel videoclip della canzone, lui accetta tutto, anche la voce che lentamente degrada, ma non smetterà mai di essere lì dove vuole stare, col microfono in mano a cantare ed emozionarsi.

Solitamente quando gli artisti si mettono a nudo e si raccontano con onestà pretendono occhi e orecchie pronti a catturare tutta la teatralità con cui è possibile farcire il proprio lavoro. L’attenzione è la minima ricompensa per una prova di coraggio che nessuna band è tenuta a sostenere. Ma non per i Travis. Loro lo fanno in punta di piedi, senza pretese. Come le quattro sagome della copertina dell’album anche loro si pongono come piccole ma sensibili presenze in uno splendido insieme di colori da cui lasciarsi affascinare e, magari, emozionare.

(29/08/2013)

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Umberto Scaramozzino
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