Thieves Like Us – Bleed Bleed Bleed

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
6.0


Voto
6.7

6.7/ 10

di Giacomo Dalla Valentina


È evidente che da qualche tempo ci sia un profondo revival degli anni ’80: un po’ come fecero gli artisti romantici nei confronti del Medioevo, sono in molti -e non solo nel campo della musica- a voler recuperare e riabilitare un periodo che è stato spesso sottovalutato o considerato artisticamente poco rilevante. Gli anni degli yuppies, dei capelli cotonati di Tina Turner, ma anche di quelli platinati di Simon Le Bon (Duran Duran); gli anni di Ritorno al Futuro, E.T. e delle grandi saghe fantascientifiche; gli anni degli scaldamuscoli di Alex Owens (Flahdance) e del coltellino svizzero di McGyver. Con alti e bassi, questo decennio è comunque stato una vera e propria fucina per l’immaginario comune, tanto da generare un’ondata, da parte di giovani band contemporanee, di recupero di queste tendenze. Sotto un profilo strettamente musicale, si osservano due correnti fondamentali, poichè se da una parte molti gruppi (i più banali White Lies, i The Vaccines o i notevoli Interpol di Paul Banks) si rifanno alla musica dark dei Joy Division e dei The Cure, sono molte le band che si ispirano al synthpop di New Order, Jean Michel Jarre, Pet Shop Boys, Depeche Mode e tanti altri: all’interno di questo folto gruppo rientrano i Thieves Like Us, trio che nasce per due terzi svedese e un terzo americano, al quale si aggiungono poi Martine e Anna.

Scoperti e lanciati dalla francese Kitsuné (che ha scritturato i Phoenix, Cut Copy e i Two Door Cinema Club, per dirne alcuni), i Thieves Like Us sono con Bleed Bleed Bleed ad un quarto album che non fa che confermare l’impostazione dei precedenti lavori. Bleed Bleed Bleed, title track e pezzo d’apertura, è già un tripudio synthpop che renderebbe orgoglioso Neil Tennant: basso e batteria offrono una ritmica intrigante in cui la voce del cantante Andy Grier s’inserisce bene. La prima traccia lascia quindi intendere che ciò che verrà non sarà niente di particolarmente innovativo, ma sicuramente ben arrangiato e, con un po’ di fortuna, capace di rimanere nella nostra testa giusto il tempo di rimpiangere un tempo che (se siamo fortunati) non abbiamo mai vissuto. A differenza di altri musicisti contemporanei (Grimes, ad esempio) l’uso dell’elettronica, per quanto massiccio, non è mai invadente: essa fa da cornice a melodie dirette e lineari, che vengono facilmente digerite dall’ascoltatore. Mentre Stay Blue, Still Life e Fatima si susseguono senza particolare enfasi, più adatte ad essere usate come sottofondo in qualche elegante locale berlinese, è invece notevole The Killing Revelation, che con qualche momento à la Talking Heads riesce in qualche modo a magnetizzare l’ascoltatore. Lo stesso, qualche canzone più avanti, con i controtempi di Your Love Runs Still, mentre particolarmente apprezzabile è l’ultima Worthy To Me, che chiude in bellezza un lavoro che, nonostante non brilli per innovazione e non possa far ipotizzare evoluzioni sorprendenti in un futuro, riesce comunque ad offrire un buon sottofondo ogniqualvolta si senta il bisogno di tuffarsi in un mare di ricordi (o di sogni) al sapore di sintetizzatori e musicassette.

(05/12/2012)

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Giacomo Dalla Valentina
Giacomo Dalla Valentina

Piemontese di nascita, milanese d'adozione, studio giurisprudenza @ Statale di Milano. Appassionato lettore e collaboratore di OUTsiders.