Thee Oh Sees – Putrifiers II

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
6.5


Voto
7.0

7/ 10

di Davide Agazzi

Un Lp, una raccolta di singoli inediti, uno split con i Total Control ed un doppio Ep. Tutto questo solo nel 2011. Che i Thee Oh Sees avessero fame di musica lo si era capito da tempo. Allo stesso modo si era capito da tempo che spesso la quantità rischiava di prevalere sulla qualità del prodotto: un principio confermato dall’incerto Castlemania e prontamente smentito dallo strepitoso ed energico Carrion Crawler/The Dream. Ma come decifrare la vera identità del quintetto di Orange County? Con un altro disco ovviamente, anticipato da una tournèe con un titano del rock psichedelico californiano come Ty Segall, che ha da poco regalato al mondo discografico un album strepitoso (Slaughterhouse, con la Ty Segall Band). Così ci si avvicina a Putrifiers II, ennesima impresa di un instancabile John Dwyer, che conferma di trovare nei Thee Oh Sees il perno della sua variegata carriera. Un disco capace di mischiare diverse anime: quella scatenata e scanzonata, di puro garage-rock punkettaro, facilmente riscontrabile in alcuni pezzi come Wax Face, Flood’s New Light e Hang a Picture ed un’altra, oscura, introversa, figlia di una psichedelia drogata colma di drammatiche saette di velvettiana memoria, percettibile nelle sviolinate di So Nice e negli echi malinconici della title track. Un esperimento più introverso, aggraziato, meno irruente, ma non per questo meno incisivo. Putrifiers II sembra un’opera più completa, dove trovano giustificazione anche un intermezzo intriso di riverberi industriali e sintetizzatori come Cloud#1 e un delirio onirico dedicato alla paura come We will be scared?, per un disco senza tempo, capace di trasformare un esempio di musica grezza in qualcosa di particolarmente artistico. E non sembra esserci limite allo stupore: chitarra acustica in mano sulle note di Wicked Park ed ecco il menestrelo Dwyer impossessarsi della scena, in duetto con la suadente Brigid Dawson, per un finale strappalacrime in salsa Beatles. Un disco che non aiuta a chiarire cosa passi per la mente di questi scatenati musicisti, ma che anzi, complica ulteriormente un processo evolutivo ormai sulla strada della sperimentazione più spinta. Siamo ancora sicuri che il cane sia il migliore amico dell’uomo?

(09/09/2012)

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Davide Agazzi
Davide Agazzi

Giornalista pubblicista, scrive per La Repubblica e perde il suo tempo ascoltando dischi che agli altri non piacciono. Appassionato di distorsioni psichedeliche, contaminazioni balcaniche e vecchiume affogato nel whisky.