The xx – xx

Scheda
Rispetto al genere
8.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
8.0


Voto
8.0

8/ 10

di Matteo Monaco

Se The xx dovessero tenere una lezione, di fronte ad aspiranti musicisti di successo, non occuperebbero l’aula a lungo. Il carattere introverso di Romy Croft e Oliver Sim, le due voci del progetto, stavolta non c’entra, come non sono in dubbio le qualità tecniche che hanno permesso la composizione di “XX“. In gioco c’è qualcosa di più sottile, che appartiene al DNA dei grandi.

Il segreto delle nostre voci? Pura casualità. È divertente. Forse è una questione di ottave.

Nasce a Wandsworth, nelle sale prova a Sud-Est di Londra, il “gioco” (come lo chiamano i diretti interessati) tra quattro amici della Elliot School, fucina di talenti non accademici quali Hot Chip e Four Tet. È il 2005 e le note strimpellate sono quelle dei Pixies, provati e riadattati su basi funky. Niente più di un gioco, se l’album d’esordio, pubblicato da Young Turks, non avesse ricevuto nel 2009 la promozione per acclamazione da parte di Rolling Stone, Allmusic, Pitchfork e NME.


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In quei quattro anni, qualcosa era cambiato. Di certo non l’amicizia, sopratutto tra la cantante Romy e il bassista Oliver, che nei video viene mascherata da alterigia e sensualità ma conserva, nella vita reale, un’autenticità che proviene dalla comune infanzia. Proprio le apparenze però, difficili da smascherare nella loro essenza, sono le basi su cui si fonda l’idea artistica di The xx. Sfruttando il genio creativo di Phil Lee (già curatore dell’immagine di Adele e Vampire Weekend), il gruppo londinese debutta con la forza di un marchio rinomato, nella fredda compostezza dei colori scuri e nella malinconica eleganza delle scene montate in cinepresa come nelle istantanee. Una bomba di mercato, che di solito mette in pre-allarme il senso critico, o presunto tale, dei giudici mediatici. Ma stavoltà è diverso.


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Perchè, per quanto artefatta sia la presentazione della band, è il contenuto a stupire. In primo luogo, per la quasi completa mancanza di originalità. Gli accordi di chitarra presi a prestito dalla prima new wave, il tocco leggero sulle pelli, la stessa voce sovrapposta dei due cantanti che imita i numi Black Francis e Kim Deal, niente da ricordare per un appassionato anche occasionale di rock. Il metro con cui giudicare questo lavoro diventa spontaneamente un altro. Poco importa se The xx, durante l’intero album, suonano la stessa canzone ripetuta per undici tracce, perchè è difficile accorgersene. I quattro di Londra, tra un gioco e una canzone scritta di notte, hanno trovato il sound definitivo, quello che ha reso celebri gruppi mediocri e che, in sua mancanza, ha condannato band ispirate nel poco agognato cassetto del dimenticatoio. Viene da pensare, come dicevamo all’inizio, agli U2 e alla chitarra ritmica di The Edge, identica a se stessa dai primi anni ’80 e mai accusata di ripetitività, o il manuale pop-rock scritto dai Queen negli anni ’70 e poi riletto per il successivo ventennio. Paragoni ancora iperbolici, vista la verde carta d’identità della band. Quel che è certo, è che The xx si propongono come gruppo da tormentone continuo, pronti ad impartire la rapida (e complicatissima) lezione sulla formula magica del rock. Tanto basta per rispolverarli dalle cronache del 2009, e per attendere il seguito, annunciato per il 2012. Per una volta si correrà a rapinare gli scaffali, sperando (e supponendo) che sia identico all’esordio.


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(25/10/2011)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.

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