The XX – Coexist

Scheda
Rispetto al genere
7.5


Rispetto alla carriera
7.0


Hype
7.0


Voto
7.2

7.2/ 10

di Matteo Monaco

Non si può far finta di niente. No, perchè questo è senza dubbio il  momento più difficile per The XX. Dopo il successo planetario dell’esordio XX, dopo i tour estenuanti e le folle che perdono la voce per chiedere un bis di Crystalized, Islands, Heart Skipped A Beat, ora non si può tornare indietro. In una veloce scorsa alla cronaca, The XX sono tre londinesi, compagni di scuola di Hot Chip e Burial, protagonisti di un evento piuttosto raro nell’indie-pop contemporaneo: restare in cima alla scivolosa scalinata dell’hype per più di tre anni e ritagliarsi un posto nelle retrospettive annuali di tutti i magazine, con in mano un solo pugno di canzoni e una storia personale da anti-star.
Sì, l’ormai noto duo alla voce ha tutto, tranne che l’indole sfacciata di chi è abituato al successo. Anzi, gli stessi singoli dell’esordio non sono che il risultato dei pomeriggi piovosi sul Tamigi, trascorsi seduti ai piedi del letto, imbracciando la chitarra e duettando quasi casualmente in sovrapposizione per accompagnare le melodie. Proprio ciò che continuano a fare durante i live, come al Traffic di Torino, durante i quali sembra ancora di assistere al canto vagamente disperato di due ragazzi timidi, che preferiscono mantenere lo sguardo basso e scambiarsi qualche sorriso.
Eppure ora c’è il mondo a bussare alla porta di quella cameretta, ed è un mondo avido di sorprese, novità, che esige al tempo stesso un forte richiamo all’inimitabile “stile XX”. Una prova richiesta, il nuovo Coexist, come non se ne aspettavano più, ed è per questo che The XX non possono far finta di niente. Ci pensano allora, in prima battuta, l’accordo di chitarra e la voce stentorea di Romy Madley Croft, nel singolo Angels, a far ripiombare l’ascoltatore nella limpida sorgente di XX, là dove ci avevano lasciato tre anni fa. La successione di Chained e Friction, poi, nella nuova base ritmica presa a prestito dai basement londinesi, afferra quella sensazione di ritorno a casa e la modella su ciò che sarà l’intero Coexist. In altre parole, come suggerito dal titolo, Coexist è una storia d’amore nebulizzata nel freddo della nebbia, dolorosa negli effluvi di un affetto imprendibile e superficiale, come ingoiare una pastiglia di Prozac per riuscire a sopportare le persone. È forse Reunion il punto di svolta nel citato stile XX: i ricorrenti cori di Romy e Oliver, seguiti da una lontanissima linea di chitarra e un basso rinunciatario, sfidano i beat sporchi e un accenno di pianola (?!) registrata dai Vampire Weekend. Ed è questa la nuova miscela a tinte cangianti, aggiornata al 2012, di quel suono tenebroso e accattivante che aveva conquistato (quasi) tutti. Da qui in poi diventa sempre più naturale valutare l’album operando sottrazioni e addizioni rispetto a XX: il nevrotico incedere di Tides è orfano del disco passato, quando Missing invece sembra la sua versione in carta vetro, rigida come l’inverno. Prima che arrivi l’ingannevole catarsi di Our Song, un inno al contrario carico dell’ironia di una generazione, ogni pezzo finisce per raccontare una storia inaspettata.
Infatti la sensazione è che Coexist non sia un flop, ma nemmeno una conferma. Alla stessa distanza tra due sponde opposte, il gruppo londinese suona un disco diverso e identico al precedente, come su una linea parallela che non incontrerà mai la sua vicina. Le sole velleità pop, quelle delle melodie facili e dei refrain cantabili, sembrano scomparse, per lasciare il posto alla ripetitività e al buio di un laboratorio di minimal. Non si può far finta di niente. Di fronte alle enormi aspettative di partenza non è riuscito un capolavoro, ma rimane un album che non sarà dimenticato.

(11/09/2012)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.