The War on Drugs – Slave Ambient

Scheda
Rispetto al genere
6.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
7.0


Voto
7.0

7/ 10

di Matteo Monaco
Ci sono dischi che ti costringono, forse con qualche inganno, ad accantonare il senso critico e abbandonarti all’ascolto integrale. A ben vedere, è forse l’unico modo di far breccia in un muro di affetti musicali sedimentati nel tempo, roccaforti di nostalgia che non si rassegnano all’impietosità del calendario e suonano, solo per noi, la stessa cara melodia. Adam Granduciel, in tal senso, è arrivato al suo capolavoro. Sì, perchè confezionare un album che cattura dal primo istante sfruttando stili e melodie folk-shoegaze, in tempi tanto esigenti quanto sommersi di ciarpame artistico, è già un punto messo a segno. Se però l’artista dietro al progetto, una volta tanto, è il primo (oltranzista) fan della “vecchia” musica che prova ad emulare, allora c’è abbastanza da togliersi il cappello.

The War on The Drugs è il progetto, ormai orfano di Kurt Vile, che nel 2008 aveva aperto le danze ritmico-lisergiche con “Wagonwheel Blues”, in un trionfo di passione, anche concettuale, per il delay. Ieri come oggi, infatti, non è solo l’eco applicato alle parti di chitarra o la sezione ritmica che rincorre il tempo a definire la loro arte “in ritardo”, ma è la filosofia radicata in musica a dare il più ampio sostegno a questo “Slave Ambient”. Rendendo così arduo non citare il mito di Dylan, di Springsteen, e perfino l’attitudine noise dei Sonic Youth, immaginando di guidare lungo le statali del Midwest in compagnia di una vecchia autoradio.

Dopotutto, Granduciel e compagni non sembrano affatto epigoni dei Wilco, come certa critica ha voluto sentenziare. Manca l’esasperazione del sentimento che è propria di un “Yankee Hotel Foxtrot”, perchè la nostalgia, se di questa è colmo l’album, ha contorni più misurati. Proprio come gli uomini senza nome delle pianure, quando imbracciano una chitarra e cantano con lo stesso tono di quando parlano, in “Slace Ambient” la superficie dell’umore è solo increspata di tanto in tanto, limitandosi a sfiorare le corde più intime senza usare violenza.

Questa violenza mancata è forse la chiave di volta di un disco delicato, e ispirato sebbene si trovi a confronto con la grande tradizione  blues e folk americana. Quanto basta per non rifugiarsi ancora dietro  allo scudo della critica, e per tendere l’orecchio ai The War on Drugs.

(06/09/2011)

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Matteo Monaco

Fondatore e collaboratore permanente di OUTsiders. Scrivo per Tagli, dopo aver collaborato con Però Torino e Ondarock.

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