The Touré-Raichel Collective – The Tel Aviv Session

Scheda
Rispetto al genere
7.0


Rispetto alla carriera
8.0


Hype
6.5


Voto
7.2

7.2/ 10

di Mario Cascino
Iniziamo dalle cose importanti.
Prima di dire qualunque cosa su questo disco, vi devo chiedere un favore enorme.
Ascoltatelo.

Non è uno scherzo, gente. Potete ascoltare tutto l’album liberamente da internet, scegliendo di comprarlo poi in un secondo momento. E già questo fa guadagnare punti nella nostra recensione. Aggiungiamoci poi che a confezionare questi 65 minuti di energia pura non ci sono dei musicisti qualunque. Che questo non è un disco pensato per il mercato discografico, anzi non è proprio stato pensato, in assoluto. Che tutto è nato da una jam session improvvisata e dal rispetto reciproco di un musicista per un altro. Che qua dentro ci sono solo pochissime sovraincisioni: chiunque può ascoltare questa musica come se si trovasse al piccolo ma orgoglioso Zitrin Studio a Tel Aviv seduto di fianco al pianoforte proprio nel momento in cui essa è stata creata, in un fortunato pomeriggio del Novembre 2010.

Quello che davvero rende interessante questo disco è la storia che sta dietro alla sua nascita. Idan Raichel è un giovane musicista che sta avendo parecchio successo in Israele, anche se forse è conosciuto di più negli States che in Europa: con i suoi lunghi dreadlocks e il turbante è impossibile non riconoscerlo, e con la sua band – The Idan Raichel Project – ci ha abituati ad un mix speziato di sapori Africani, Medio-Orientali e dell’Est Europa servito su un semplice piatto pop per rendere la sua musica più “accessibile” al pubblico. E a essere onesti, non è che i suoi lavori precedenti ci abbiano mai entusiasmato più di tanto, qui ad OUTsiders. Fatto sta che Idan ha sempre dichiarato di essere un fan del leggendario Ali Farka Touré, cantante e chitarrista maliano, e il caso ha voluto che nel 2008, tra un tour e l’altro, Idan incontrasse in un aeroporto in Germania Vieux Farka Touré, figlio di Ali Farka e anche lui musicista. Da questo incontro fortuito è nata una profonda amicizia e, grazie alla testardaggine di Idan, che insistette per suonare per qualche data assieme alla band di Vieux come tastierista, anche un bel sodalizio musicale. La leggenda poi vuole che due anni dopo Idan invitò Vieaux a suonare presso la Tel Aviv Opera House, per cui stava curando una serie di concerti. Finito lo spettacolo Idan, sempre più insaziabile, propose a Vieux, al bassista Yossi Fine – il quale condivideva già una relazione con entrambi musicisti (tra le altre cose pare abbia prodotto il secondo album di Vieux e sia uno dei mentori musicali di Idan) – e al percussionista Souleymane Kane della band di Vieux di prendersi un po’ di tempo in uno studio e di suonare. Così hanno fatto, per ore, fermandosi giusto ogni tanto per una tazza di caffè o per suggerirsi dei riff o delle linee melodiche. Alla fine si sono ritrovati con abbastanza materiale per un disco, quindi eccoci qui.

Certo non è la prima volta nella storia che nasce un disco così. Ogni pezzo parte da un unico riff, da un’idea, magari appena accennata, che si trasforma con l’emotività dei musicisti in tutte le sue possibili sfumature. Improvvisazione pura, musica nella sua forma più sincera ed onesta. Ma la sua bellezza sta anche in questo. Innanzitutto non è musica dal Mali, o da Israele. Non è musica africana, europea o mediorientale, né tantomeno commerciale. E’ solo musica. Non c’è un solo passaggio o una sola battuta che non attiri l’attenzione, che non faccia venire voglia di alzare il volume. Che non ti faccia stare bene. E non saprete mai cosa sta per succedere.

Per una volta sentiamo Vieux vicino a suoni più acustici e morbidi rispetto al rock hendrixiano dei suoi ultimi lavori, e Idan Raichel è finalmente libero dalle strutture e dagli arrangiamenti del pop e riesce ad esplorare tutte le possibilità espressive del suo pianoforte, pizzicandone le corde, percuotendolo, accarezzandolo. Questo disco forse non cambierà il mondo, ma sicuramente ha insegnato molto ai musicisti che l’hanno realizzato, e questo conta tantissimo.

L’unica nota veramente negativa da segnalare, è che non sono previste date in Italia per presentare il disco. Un vero peccato.

(17/10/2012)

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Mario Cascino
Mario Cascino

Redattore. Sound Engineer (studente presso SAE Institute Milano), regista e speaker radiofonico per RadioTrip.net (www.radiotrip.net) e RadioAttiva (radioattivarivoli.wordpress.com), bassista. Specializzato in jazz e rock.